C. Rogers e l’Approccio Centrato sulla Persona


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Carl R. Rogers (1902-1987) è stato uno dei rappresentanti più originali della psicologia clinica americana e ha dato un contributo fondamentale allo sviluppo della psicologia umanistica, in un’epoca in cui le relazioni di aiuto erano fortemente condizionate da un modello biomedico secondo il quale la responsabilità dei trattamenti era esclusivamente competenza della professione medica.

 

Rogers venne definito un “rivoluzionario silenzioso” in quanto fu capace di apportare profondi cambiamenti nel campo della psicoterapia e più in generale delle relazioni umane. Egli aveva la convinzione che per tutti i tipi di terapia ciò che garantiva il successo era l’atteggiamento del Counselor; fu il primo a formulare una visione della natura umana basata sulla fiducia della capacità innata di ogni individuo a tendere alla salute e all’autoregolazione.

Rogers, oltre alla psicoterapia, ha influenzato i campi dell’educazione, dell’assistenza sociale, dello sviluppo delle risorse umane, della medicina centrata sul paziente e della promozione della salute e del benessere.

 

“Ogni individuo ha la capacità di indirizzare la propria vita in un modo che sia allo stesso tempo personalmente soddisfacente e socialmente costruttivo”: la Terapia Centrata sul Cliente è permeata da questa sua convinzione. Il libro è un chiaro esempio di un lungo lavoro pratico, terreno dove traspare tutta l’onestà e l’amore che Rogers prova per l’umanità mettendosi in discussione, come Counselor e uomo, senza nascondere le sue difficoltà, le sue paure e i suoi dubbi.

 

Rivolgendosi a chi legge con uno stile in prima persona, che contrasta con quello rigorosamente accademico in terza persona utilizzato al tempo, ottiene l’apprezzamento dei suoi lettori che hanno la sensazione che l’autore si rivolga direttamente ad ognuno di loro. 

Uno scorcio della sua introduzione al libro né è un chiaro esempio: “Questo libro tratta delle esperienze vissute in modo squisitamente personale da ciascuno di noi. Parla del cliente che siede nel mio studio lottando per essere se stesso ed è nello stesso tempo mortalmente spaventato di essere se stesso, del cliente che tenta di vedere la sua esperienza così com’è, desidera di essere quell’esperienza ed è terrorizzato nello stesso tempo di tale prospettiva. Questo libro parla di me quando sto con questo singolo cliente, confrontandomi con lui, partecipando a quella sua lotta nel modo più profondo di cui io sia capace. Parla dei miei tentativi di percepire la sua esperienza vissuta e del significato e dell’aroma che questa esperienza ha per lui”.

Rogers fu attaccato duramente dagli psichiatri del tempo che dovettero però assistere alla conquista del diritto degli psicologi ad essere riconosciuti anche come psicoterapeuti.

In Italia solo nel 1989 venne riconosciuta per legge la professione di Psicologo e regolata l’abilitazione di medici e psicologi all’erogazione della Psicoterapia.   

 

L’atteggiamento e l’orientamento del Counselor

La Terapia Centrata sul Cliente si fonda su un’ipotesi che auspica la più profonda fiducia nelle capacità umane: “l’individuo possiede una sufficiente capacità di interagire in modo costruttivo con tutti quegli aspetti della sua vita che hanno le potenzialità di emergere alla coscienza”: questa tesi, pur non avendo una base scientifica, è secondo Rogers di fondamentale importanza affinché il Counselor possa, attraverso la sua più profonda autenticità, condurre il cliente ad un lavoro di auto-aiuto. Il concetto di base è la piena e profonda fiducia verso l’altro.

Per raggiungere l’autenticità, il Counselor deve porsi alcune domande:

  • come guardo gli altri?
  • ritengo che ogni persona abbia una dignità e un suo valore?
  • e anche se esprimo questa mia idea a parole, fino a che punto essa è concretamente evidente a livello comportamentale?
  • nella mia filosofia il rispetto per l’individuo è al primo posto?
  • rispetto la sua capacità e il suo diritto di orientarsi da solo o penso che in fondo la sua vita sarebbe molto meglio guidata da me?
  • fino a che punto ho il bisogno e il desiderio di dominare gli altri?
  • sono disposto a lasciare scegliere all’individuo i suoi valori, oppure le mie azioni sono guidate dalla convinzione (non espressa) che egli sarebbe più felice se mi permettesse di scegliere per lui i suoi valori, i suoi criteri e i suoi obiettivi? 

Quando il Counselor percepisce e accetta il cliente così com’è, quando mette da parte ogni valutazione ed entra nello schema percettivo di riferimento del cliente, gli permette di esplorare la sua vita e la sua esperienza in modo nuovo e di vedere in quell’esperienza nuovi contenuti e nuovi progetti.

Rogers afferma che quanto più è profonda la fiducia nella forza e nella potenzialità del cliente, tanto più a fondo il Counselor può andare con la scoperta di quella forza.

Ed e così che sorgono altre domande:

  • sono disposto a dare al cliente piena libertà?
  • sono disposto a lasciare che si organizzi e diriga la sua vita?
  • sono davvero disposto a tollerare che egli scelga obiettivi sociali o antisociali, morali o immorali?
  • E domande più gravose:
  • sono disposto a far scegliere al cliente la regressione piuttosto che la crescita e la maturità?
  • a fargli scegliere di rifiutare l’aiuto piuttosto che di accettarlo? scegliere la morte piuttosto che la vita?

Per Rogers, solo quando il Counselor è disponibile fino in fondo a tollerare che si arrivi a qualsiasi esito, che sia scelta qualsiasi direzione, solo allora egli riconosce la forza vitale della capacità dell’individuo di compiere un’azione costruttiva.

E’ proprio in quanto egli è disposto ad accettare la scelta della morte che viene invece scelta la vita. Quanto più il Counselor punta sulla sua ipotesi centrale, tanto più chiara è la prova che essa è corretta.

 

L’Empatia o Processo Empatico

Quando opera al meglio, il Counselor utilizza una delle forze più potenti, ai fini del cambiamento: l’Empatia o Processo Empatico.

Rogers sostiene che è stata data una troppo modesta attenzione a questo modo molto particolare di essere con un'altra persona, a questo elemento estremamente importante sia per la comprensione delle dinamiche della personalità, che per effettuare cambiamenti nella personalità e nel comportamento.

E’ uno dei modi più delicati e potenti che abbiamo di usare noi stessi.

Per Processo Empatico si intende la capacità di entrare nel mondo percettivo dell’altro e trovarcisi completamente di casa. Comporta una sensibilità, istante dopo istante, verso i mutevoli significati percepiti che fluiscono nel cliente, dalla paura al furore, alla tenerezza o confusione o qualunque altra cosa stia provando. Significa vivere temporaneamente nella vita di un altro, muovendoci delicatamente, senza emettere giudizi; significa intuire i significati di cui il cliente è scarsamente consapevole, senza però svelare i sentimenti totalmente inconsci, poiché ciò sarebbe troppo minaccioso. Significa percepire e osservare con sguardo sereno e nuovo, nel mondo dell’altro, quegli elementi che teme di più. Significa essere con un altro mettendo da parte le nostre concezioni e i valori personali per entrare nel mondo del cliente senza pregiudizi.

Tutto ciò può essere agito solo se si è abbastanza sicuri di sé, per non rischiare di perdersi nel mondo dell’altro (confluenza).

Quanto più e sensibile e comprensivo il Counselor, tanto maggiori sono le probabilità che abbia luogo un apprendimento costruttivo e un cambiamento.

 Questa interazione empatica ha delle profonde conseguenze:

  • la dissolvenza dell’alienazione, per cui il beneficiario si riconosce come una parte connessa alla razza umana
  • la sensazione di apprezzamento, per cui il beneficiario si sente oggetto di cure, accettato per la persona che è
  • la qualità non giudicante, perché la più alta espressione dell’empatia è nell’accettare e non giudicare. 

La relazione terapeutica vissuta dal cliente.

Dalle molte esperienze dei colloqui è stato evidenziato che la buona riuscita degli incontri è legata non tanto alla personalità, alle tecniche utilizzate o agli atteggiamenti del Counselor, ma dal modo in cui il cliente vive tutti questi aspetti nella relazione.

E’ il modo in cui il cliente percepisce le cose, che determina la possibilità che si verifichino la risoluzione del conflitto, la riorganizzazione e l’integrazione, cioè tutti quegli elementi che porteranno al cambiamento.

Nonostante il modo in cui il cliente percepisce o vive i colloqui sia ancora un campo di ricerca e a tale argomento è stata dedicata ancora poca attenzione, dalle numerose testimonianze espresse nel libro, si possono ricavare già alcuni aspetti interessanti e stimoli per continuare tale ricerca.

Le aspettative personali fin dall’inizio influenzano profondamente il modo in cui il cliente percepisce il Counselor e il colloquio.

Può accadere che il cliente si aspetti che il Counselor gli faccia da genitore, che lo protegga e si assuma la guida della sua vita, oppure si può aspettare che gli dia dei consigli o di essere modificato dal Counselor e se conosce un po’ la terapia centrata sul cliente, può percepire il colloquio come una situazione nella quale dovrà risolvere i suoi problemi e questo potrà sembrargli una prospettiva positiva o anche minacciosa.

I clienti si presentano con aspettative molto diverse, molte delle quali non corrispondono all’esperienza che incontrano, comunque esse influenzeranno in modo significativo la loro percezione.

Sembra che il miglioramento “terapeutico” sia agevolato quando sia il cliente che il Counselor percepiscono la relazione allo stesso modo, ma risulta chiaro che quella percezione scaturisce dall’esperienza diretta del cliente e non dalla descrizione della relazione da parte del Counselor (tale modalità farebbe da ostacolo perché non sarebbe realmente condivisa).

Dai molti colloqui registrati si è notato che il cliente percepisce il Counselor non tanto dall’aspetto fisico, dal sesso o dal modo di fare, ma dalla capacità di calore, interesse e comprensione per lui.

“E’ stata la prima persona che mi è sembrato capisse come rappresentassi a me stesso le mie inquietudini”.

Al termine dei colloqui, quando il Counselor chiese al cliente perché avesse ritenuto possibile affrontare i suoi problemi con lui lasciando il primo dopo il primo incontro, egli rispose “ Lei ha fatto più o meno le stesse cose del primo, ma mi è sembrato che fosse veramente interessato a me”.

 

Come è vissuta dal cliente la terapia.

Nel colloquio con il Counselor, il cliente vive molteplici esperienze.

L’esperienza più evidente in questa relazione è la scoperta che egli stesso è responsabile.

“Ho avuto l’impressione di essere lasciato solo, tutto solo con il mio problema. Ma ho scoperto presto che, parlando della mia indecisione e dei miei problemi, ero in grado di notare con chiarezza che il mio problema si stava risolvendo per mia iniziativa piuttosto che per l’aiuto del Counselor”.

“Proprio perché il Counselor se ne stava in silenzio, perché non rispondeva e non dava dei pareri, dovevo scavare nella mia mente sempre più profondamente. In altre parole le risposte erano completamente mie e per questa ragione mi colpivano”.

Esplorando i suoi stati d’animo il cliente percepisce che il processo nel quale si è impegnato porterà in lui un cambiamento che non aveva previsto.

Egli teme e nello stesso tempo desidera questo cambiamento che vede in modo ancora confuso. Esplorandosi il cliente percepisce delle contraddittorietà in sé stesso.

Quando è possibile esprimere i propri stati d’animo liberamente, si scoprono delle incongruenze di cui non ci si era mai accorti prima.

Attraverso i colloqui, le incongruenze che coinvolgono il sé sono individuate, affrontate e riesaminate, tali passaggi portano a una trasformazione del sé che crea coerenza.

La sicurezza di potersi raccontare senza timore di giudizi, di minacce, permette al cliente di essere sincero tanto da poter esprimere contraddizioni e questo rende l’esplorazione più arricchente di una comune conversazione.

L’esperienza del colloquio rappresenta il luogo di liberazione di tutte le preoccupazioni ma questo non vuol dire che il cliente sia in grado di comunicare tutto quanto lo preoccupi ed è vero che ciò che egli pensa durante il colloquio non è che una piccola parte di ciò che egli rielabora fra un colloquio e l’altro. Forse è il riconoscere che dentro di sé si sta compiendo un processo nuovo che dà al cliente la spinta per continuare i colloqui anche di fronte ad una profonda e intensa sofferenza. “E’ come una spinta misteriosa, davvero!”.

L’esplorazione verbale dei problemi e degli atteggiamenti conduce alla scoperta degli atteggiamenti negati cioè di quegli atteggiamenti che il cliente ha vissuto ma che ha rimosso. Scoprire in se stessi il bisogno di atteggiamenti ed emozioni che sono stati vissuti in modo viscerale e fisiologico, ma che non sono mai stati coscientemente riconosciuti, costituisce uno dei processi più profondi e importanti della terapia“....ciò aveva l’effetto di farmi scavare a fondo dentro di me e di tirar fuori delle cose che non sapevo che mi stavano turbando...”. Quando, attraverso l’esperienza, gli atteggiamenti negati vengono alla coscienza, l’immagine del sé che il cliente aveva avuto prima del colloquio si dovrebbe modificare per poter inglobare queste nuove percezioni dell’esperienza: si avvia così la Riorganizzazione del sé.

 

La Riorganizzazione del Sé

Nei casi in cui le esperienze negate siano poco in contrasto con il sé, il cambiamento è molto lieve e di conseguenza il disagio sopportabile, ma quando il sé subisce una più drastica riorganizzazione, quando viene modificato al punto che pochi aspetti ne rimangono alterati, il Cliente può passare attraverso la sofferenza più tormentosa e una totale confusione. E’ possibile associare tale sofferenza alla riorganizzazione della personalità che cambia rapidamente: un giorno ci si sente una persona nuova e il giorno dopo si risprofonda nel vecchio sé, ed è sufficiente un episodio irrilevante per ridare al nuovo sé una posizione di predominio “ Penso che certamente il problema sia molto più chiaro di una volta...anche se lo stagno sta proprio per diventare nient’altro che acqua limpida, tuttavia forse le cose sono molto più instabili adesso che non quando lo stagno era tutto coperto di ghiaccio... Ma forse tutta questa nebbia e il tormento sono dovuti al fatto che in me, adesso, ci sono due forze contrastanti”.

Due sono gli aspetti fondamentali della Riorganizzazione del Sé:

  • anche se il cliente porta alla luce sentimenti e atteggiamenti negati, procedendo verso una ricostruzione del sé positiva, lo stato d’animo che accompagna questo processo non è riconducibile a un cambiamento positivo: tensioni e disagi iniziali non danno segno di diminuire, anzi spesso risultano più marcati, anche quando i conflitti e i problemi sembrano essere risolti.
  • il cliente fa emergere ad un livello simbolico e verbale il nuovo sé, il nuovo comportamento che sta cercando di raggiungere, ma è raro che verbalizzi l’esperienza.

La scoperta da parte del cliente che alcuni dei problemi discussi, alcune delle esperienze un tempo rifiutate e ora accettate, non sono più causa di sofferenza e ansietà, lo incoraggia ad andare avanti: egli si rende conto che una parte della struttura della personalità è stata riconosciuta e che da ciò nascono nuove forme di comportamento.

Questa esperienza di progredire non compare solo nei momenti di soddisfazione ma anche quando la strada sembra ancora buia e confusa. Anche nella sensazione di regredire, il cliente mantiene la percezione di un progresso. Spesso gli stati d’animo più neri e la disperazione più profonda compaiono poco prima della fine del percorso di Counseling.

Al cliente occorre molta fiducia per affrontare gli stati d’animo più minacciosi e la può provare attraverso la consapevolezza che un problema dopo l’altro è stato risolto, che un’esperienza dopo l’altra è stata assimilata.

Anche se tale fiducia non è sufficiente ad impedire il profondo dolore causato dal riemergere dei sentimenti negati in quanto molto destabilizzanti, l’esperienza positiva, nonostante possa sembrare doloroso ciò che si è scoperto, entra a far parte del vissuto complessivo del cliente.

 

Come è vissuta dal cliente l’esperienza della conclusione dei colloqui.

Spesso il cliente prova paura, un senso di perdita e una temporanea resistenza ad affrontare la vita da solo, senza il supporto dei colloqui.

“....Non penso di dover venire due volte alla settimana, vorrei venire una volta alla settimana, parlare dei miei problemi solo una volta alla settimana. Poi, se tutto va bene venendo una volta alla settimana, beh penso di aver finito!”.

 

Il processo nel percorso di Counseling

In termini complessivi i colloqui sono un processo di apprendimento.

Il cliente acquisisce nuovi aspetti di se stesso, nuovi modi di mettersi in relazione con gli altri, nuovi modi di comportarsi. Alcuni elementi sono indicativi di questo processo:

1) contenuti verbali

in un primo momento egli tende a parlare dei suoi problemi e dei suoi sintomi per la maggior parte del tempo, ma con il progredire dei colloqui questi vengono sempre più sostituiti da riflessioni ricche di insight che esprimono una certa intuizione dei legami esistenti fra i comportamenti passati e quelli attuali e fra i comportamenti attuali stessi.

A questo processo di esplorazione dei sentimenti e dei comportamenti segue lo sviluppo dell’insight e della comprensione di sé, per procedere all’analisi del cambiamento mutato da quegli stessi nuovi insight.

2) atteggiamento

Un altro aspetto osservato nei colloqui è il tipo di atteggiamento espresso dal cliente: all’inizio egli esprime prevalentemente sensazioni negative, ma con il procedere dei colloqui queste sensazioni imboccano una direzione di positività. Questo cambiamento sembra interessare anche gli atteggiamenti del cliente stesso, verso le altre persone e il suo ambiente fisico.

In un primo momento, l’esplorazione del cliente raggiunge molteplici aspetti ma lentamente viene concentrandosi sempre di più sul sé.

  • Che tipo di persona sono?
  • Quali sono i miei veri sentimenti?
  • Qual è il mio vero sé?

A poco a poco egli arriva a esplorare prevalentemente se stesso fino quasi a escludere ciò che non fa parte si sé, probabilmente perché il Counselor concentra la sua attenzione sui sentimenti, sulle percezioni e valutazioni del cliente ovvero sul cliente stesso.

Nella sua narrazione, il cliente esprime la tendenza a passare da temi che erano sempre stati disponibili alla coscienza a temi non disponibili a riflessioni coscienti.

3) l’accettazione del sé

Un altro cambiamento notato delle esposizioni del cliente è il passaggio dal passato al presente. E’ solo nella fase finale che il cliente si occupa di se stesso, dei suoi atteggiamenti, delle sue emozioni, dei suoi valori e dei suoi obiettivi così come sono vissuti nel presente. Ha imparato che conviene concentrarsi sulla scoperta di “me, qui e ora” piuttosto che sull’analisi dei propri sintomi, delle altre persone, dell’ambiente esterno e del passato.

L’argomento del sé diventa una parte consistente nei colloqui, il cliente si accorge di non essere il suo vero sé, di non sapere cos’è il suo vero sé e di provare piacere e soddisfazione quando riesce a essere autentico.

La struttura del sé può essere pensata come un’immagine organizzata delle percezioni del sé accessibili alla coscienza.

Tali percezioni riguardano le proprie caratteristiche personali e abilità, le regole e i pareri del sé in relazione con altre persone e con l’ambiente, le qualità percepite come particolarità di esperienze e di oggetti, gli obiettivi e gli ideali con le loro valenze positive o negative.

Col procedere dei colloqui si può notare che probabilmente il cambiamento più radicale del cliente riguarda il suo modo di percepire se stesso, percezione che tende ad aumentare.

L’accettazione del sé nella percezione del cliente è stata oggetto di alcune ricerche (la più Significativa è quella di Sheerer) ed è stata chiarita attraverso alcuni indicatori:

  • percepire se stesso come una persona di valore, che merita di essere rispettata piuttosto che condannata;
  • percepire i propri criteri di valutazione come fondati sulla propria esperienza piuttosto che sugli atteggiamenti e sui desideri degli altri;
  • percepire i propri sentimenti, le proprie motivazioni, le proprie esperienze sociali e personali senza distorcerne i propri dati sensoriali;
  • trovarsi a proprio agio nell’orientare la propria azione secondo queste percezioni.

Questi risultati hanno trovato conferma in altre ricerche, non altrettanto rigorose ma comunque da tenere in considerazione in quanto da esse risulterebbe che l’individuo nel ciclo dei colloqui “riusciti” tenderebbe a:

  • percepire le sue abilità e le sue caratteristiche personali con più oggettività e con maggior serenità;
  • percepire tutti gli aspetti del sé e del sé - in- relazione con meno emotività e con più oggettività;
  • percepire sé stesso come più indipendente e più capace di far fronte ai problemi della vita;
  • percepire sé stesso come più capace di essere spontaneo e genuino;
  • percepire sé stesso come colui che valuta la propria esperienza vissuta, piuttosto che considerare sé stesso come un soggetto che vive in un mondo in cui i valori provengono dall’esterno e cioè dagli oggetti della sua percezione;
  • percepire sé stesso come più integrato e meno diviso.

 

In questo processo di cambiamento sembra che il cliente evolva in tre direzioni principali:

  1. nella percezione della sua adeguatezza
  2. nella percezione del suo valore
  3. nella percezione di essere capace di affrontare la vita.

Il cambiamento avviene anche nella qualità delle percezioni. Di regola il cliente passa da percezioni molto generiche e astratte a percezioni più differenziate (adeguate, distinte).

Questo movimento fa toccare con mano al cliente la falsità di molte sue generalizzazioni e gli fornisce una base su cui costruire nuove e più adeguate fantasie; al termine di colloqui ben riusciti, il cliente ha già interiorizzato l’idea che è meglio per lui cercare un collegamento più stretto con l’esperienza diretta, soprattutto quando i principi che avevano regolato la sua vita si rivelano problematici.

4) emergere di esperienze negate

Altro cambiamento, accennato già in precedenza, riguarda l’emergere alla coscienza di esperienze negate e cioè di esperienze di cui il cliente fino a quel momento non è stato più consapevole. In questa fase di cambiamento si realizzano una maggior differenziazione e percezione e una più adeguata simbolizzazione. E’ solo attraverso un’adeguata descrizione che l’esperienza vissuta diventa consapevolezza ed è attraverso questa consapevolezza che avviene il cambiamento del sé.

5) cambiamento della valutazione

Sembra che all’inizio dei colloqui la persona viva soprattutto con i valori che ha introiettato dagli altri, dal suo ambiente personale e culturale. Nel proseguimento del percorso il cliente capisce che sta vivendo con ciò che gli altri pensano, che egli non è il suo sé reale e che è sempre meno soddisfatto di questa situazione, ma il pensare di abbandonare questi valori introiettati (la percezione di ciò che è giusto o di ciò che è sbagliato, di ciò che è buono o cattivo etc.) crea confusione e uno stato di incertezza, dovuta alla mancanza di parametri per giudicare ciò che giusto o sbagliato, buono o cattivo.

A poco a poco il cliente comprende che i giudizi di valore possono essere cercati nei suoi sensi e nella sua esperienza vissuta.

All’inizio le valutazioni vengono percepite come qualcosa di fisso, poi subentra il riconoscimento che possono essere modificate, per arrivare al scoperta che la valutazione personale può essere modificata in base all’esperienza.

Quindi il locus della valutazione in un primo momento tende a essere fuori dal cliente (ha a che fare con i genitori, la cultura, gli amici e il Counselor). Nella terapia centrata sul cliente il Counselor mantiene coerentemente il focus della valutazione nel cliente stesso, attraverso la formulazione di risposte quali:

”Lei è arrabbiato con…”, ”Lei sente che...”, “Lei è confuso per...” le quali indicano che viene accettata la valutazione che il cliente fa della situazione, portandolo a scoprire che non soltanto è possibile ma anche soddisfacente che il locus della valutazione si trovi dentro di lui.

Per dirla in breve durante i colloqui si verifica un cambiamento nel processo di valutazione e una componente di tale cambiamento è che il cliente passa da una condizione in cui i suoi pensieri, i suoi sentimenti e comportamenti sono orientati dai giudizi e dalle aspettative degli altri a una condizione in cui i suoi valori e i suoi criteri derivano dalla sua esperienza vissuta.

6) relazione emotiva

Un altro aspetto dei colloqui che non può essere ignorato, in quanto produce

cambiamento, è legato alla relazione emotiva che si instaura fra il cliente e il Counselor. Quando il cliente si sente “amato” nel senso di profondamente compreso e accettato dal Counselor, il cliente avvertendo questo atteggiamento diventa capace di adottarlo e viverlo verso sé stesso e  verso gli altri. Da questo punto di vista, le parole sono considerate poco importanti rispetto alla relazione emotiva fra i due.

 

I cambiamenti che si verificano nella terapia centrata sul cliente incidono sulla struttura fondamentale della personalità?

Sono state fatte considerevoli ricerche, somministrando numerosi test tra i quali i più utilizzati il Test di Rorschach e le Scale di Sentimento-Atteggiamento di Hildreth, per dare una risposta a tale domanda e si è notato, basandosi su campioni casuali di clienti che si sottopongono alla terapia non direttiva, un significativo generale cambiamento nella struttura della personalità.

Questo cambiamento può essere meglio chiarito: il cliente raggiunge una maggiore unificazione e integrazione delle personalità, una minore quantità di ansia, un grado maggiore di accettazione del sé e della propria emotività, una maggior oggettività nella gestione della realtà, sa gestire con più efficacia le situazioni stressanti etc.

Il processo della terapia centrata sul cliente determina anche un cambiamento nel comportamento e nelle azioni del cliente, come affermato da varie ricerche eseguite in questo campo. Esse hanno portato alla conclusione che il cliente cambia nei seguenti modi:

  • acquisisce un comportamento più maturo, autodiretto e responsabile rispetto ai suoi comportamenti precedenti e lo riferisce nei colloqui;
  • il comportamento diventa meno difensivo, più saldamente fondato su una visione oggettiva del sé e della realtà;
  • nel comportamento si nota una minor tensione psicologica; si ha un adattamento più adeguato ed efficiente sia nella scuola che nel lavoro;
  • situazioni nuove e stressanti vengono affrontate con più calma interiore, che si riflette anche nella diminuzione delle alterazioni fisiologiche e in un più rapido recupero fisiologico dopo l’esperienza di situazioni frustranti.

Punti deboli

Un lavoro sul comportamento difensivo (Hogan e Haight) ha messo in evidenza che alcuni dei cambiamenti fin’ora raggiunti dal cliente possono essere accompagnati sia da un aumento delle difese che da un miglioramento terapeutico, per cui sembrerebbe che l’aumento delle manifestazioni positive, quali l’accettazione di sé stessi, gli insight, la maturità etc, possono indicare sia un incremento della difensività sia un progresso terapeutico con diminuzione della stessa.

Questo lavoro ha creato molte perplessità ma è anche vero che è risultato l’unico caso in cui sia emersa questa contraddizione in cui cioè le misure elaborate per valutare il progresso terapeutico abbiano dato risultati contradditori.

Un altro punto ancora da chiarire riguarda l’incapacità di imparare qualcosa di significativo dagli insuccessi, pur avendo imparato molto da quei clienti che sono riusciti ad aiutare.

Ci sono clienti che dopo aver subito un’evidente riorganizzazione della personalità, attraverso i colloqui, hanno poi continuato a migliorare dimostrando che la direzione del loro cambiamento era irreversibile; altri invece sono risultati incapaci di trarre beneficio dai colloqui dimostrando alla fine una maggior inquietudine; altri ancora, raggiunti buoni progressi sono stati incapaci di mantenere tali risultati.

Le spiegazioni più frequenti agli insuccessi è che il Counselor non sia riuscito a costruire una valida relazione con il cliente, oppure esistono certe categorie di individui che non possono trarre giovamento dalla terapia centrata sul cliente come per esempio quelle persone con dipendenza aggressiva.

 

Il transfert

Il transfert avviene quando vengono trasferiti in modo improprio sul Counselor atteggiamenti emotivi che in origine riguardavano, con maggiori giustificazioni, un genitore o un'altra persona.

Questi atteggiamenti si verificano in molti casi trattati da Counselor non direttivi e affrontati da essi come qualsiasi altra emozione cioè il Counselor cerca di capire e accettare tali atteggiamenti, in seguito sarà il cliente stesso ad accettare e riconoscere che questi atteggiamenti derivano da una percezione inappropriata della situazione.

Ancora una volta il centro dei colloqui è la consapevolezza da parte del cliente che i suoi atteggiamenti e le sue percezioni risiedono in lui, piuttosto che nell’oggetto di quegli atteggiamenti e di quelle percezioni stesse.

Sono state formulate varie ipotesi riguardo gli atteggiamenti e le relazioni transferali e sembra che vengano messe in atto soprattutto quando il cliente vive i contenuti che sta portando alla coscienza come grave minaccia alla strutturazione del sé. La relazione transferale vera e propria sembra invece che avvenga quando il cliente vive il Counselor come “ colui che sa di me più di quanto io sappia di me stesso”. Al cliente sembra che non ci sia nient’altro da fare che affidare le redini della sua vita a queste mani più competenti.

 

La diagnosi e la terapia centrata sul cliente

Per diagnosi s’intende “la valutazione dei sintomi avvertiti dal paziente e degli elementi oggettivi a disposizione del medico, al fine di determinare la natura del processo morboso in atto e la sua sede nell’organismo”.

Alcuni Terapeuti sostengono che “ il trattamento razionale non può essere pianificato ed eseguito finché non sia stata fatta una rigorosa diagnosi”, ma in molte scuole terapeutiche l’importanza della diagnosi è andata sempre più diminuendo, molti Counselor infatti preferiscono iniziare la terapia senza una ricerca diagnostica.

“La terapia inizia con il primo contatto e procede parallelamente alla diagnosi”.

La terapia, almeno per certi aspetti, può cominciare prima che sia raggiunta qualche conoscenza sulla difficoltà e sulle sue cause.

Dal punto di vista della terapia centrata sul cliente e con l’evolversi di tale esperienza è stata stabilita una diversa concezione della diagnosi i cui principi si possono riassumere in queste affermazioni:

“Il comportamento è determinato da una causa e la causa psicologica del comportamento è una certa percezione o un certo modo di percepire. Il cliente è la sola persona che ha la potenzialità di conoscere pienamente le dinamiche della sua percezione e del suo comportamento”

Sia in psicoanalisi che nella terapia centrata sul cliente, la diagnosi decisiva è agita dal cliente.

 

“Perché il comportamento cambi bisogna sentire un cambiamento nella percezione. Questo sentire non può essere sostituito dalla conoscenza di tipo intellettuale”.

Il cliente sarà in grado di sopportare la sofferenza e riuscirà a vivere qualche cambiamento nella percezione non appena quel cambiamento sarà tollerabile per il suo sé.


“Le forze costruttive che determinano la modificazione della percezione e la riorganizzazione del sé risiedono principalmente nel cliente e probabilmente soltanto in lui”.
Le energie curative innate che favoriscono la crescita e l’apprendimento sono le forze primarie su cui deve contare il Counselor. Pare che quando sono stati utilizzati mezzi che avevano la loro origine fuori dal cliente (es. ipnosi) i risultati sono stati deludenti o temporanei.


“La terapia è essenzialmente lo sperimentare l’inadeguatezza dei precedenti modi di percepire, il vivere nuove e più adeguate percezioni e il riconoscere relazioni rilevanti fra le percezioni. In un certo senso, molto specifico, la terapia è diagnosi e questa diagnosi è un processo che si svolge nell’esperienza del cliente più che nell’intelletto del clinico”.

Nella terapia centrata sul cliente si potrebbe affermare che lo scopo del Counselor sia quello di fornire le condizioni in cui il cliente sia in grado di fare, di vivere e di accettare la diagnosi degli aspetti che danno origine al suo disagio.

La dimostrazione che un approccio non debba essere fondato su una diagnosi data dall’esterno trova quindi in queste affermazioni una solida base teorica messa ancor più in evidenza dalle testimonianze di innumerevoli clienti trattati con questa modalità.

 

L’applicabilità della terapia centrata sul cliente

Quali sono i tipi di situazioni in cui si può applicare la terapia centrata sul cliente?

A questa domanda si può dare risposta solo volgendo lo sguardo verso le esperienze fin ora effettuate. Sono stati trattati lievi problemi di adattamento, come le abitudini di studio degli studenti, e disturbi molto gravi di soggetti psicotici; si è lavorato con individui “normali” e con nevrotici gravi, con individui estremamente dipendenti e con quelli di ogni classe sociale, bassa, media e alta, con individui sani e con disturbi psicosomatici, per arrivare a dire che per tutte le categorie con alcuni individui la terapia centrata sul cliente ha avuto un completo successo; parziale, temporaneo e di ricaduta per altri.

I risultati hanno portato in evidenza altri aspetti come ad esempio il fatto che, nel caso di individui anziani, è poco probabile una profonda riorganizzazione personale.

Dalle esperienze fatte la terapia centrata sul cliente non porta a pensare che sia applicabile a certi gruppi e non ad altri; la cosa certa inoltre è che non è stata dannosa per nessuno.

Sé tale approccio viene applicato coerentemente, è molto difficile che il cliente arrivi al termine dell’esperienza più disturbato di quanto lo era prima.

Molte considerazioni comunque, hanno portato alla conclusione che la terapia centrata sul cliente si può applicare su larga scale se non addirittura a tutti i casi.

L’atmosfera di accettazione e rispetto è un clima favorevole alla crescita personale e anche se non può risolvere tutti i problemi o fornire tutto l’aiuto di cui può avere bisogno ogni singolo individuo, quest’approccio sembra applicabile come implementazione e sostegno ad altre terapie o cure.

 

L’insegnamento centrato sullo studente

Se questo tipo di approccio affida alle capacità del cliente la gestione della sua vita e se lo scopo del Counsellor è soprattutto quello di far emergere queste capacità, a questo punto Rogers e i suoi collaboratori si chiedono:” perché non applicare questa ipotesi e questo metodo all’insegnamento?”.

Certo che questo metodo potrà scontrarsi con un insegnamento piuttosto “autoritario” delle nostre scuole, dove l’obiettivo è quello di formare lo studente affinché sappia riprodurre certi contenuti, sappia eseguire certe operazioni intellettuali prestabilite e che sappia ripetere ciò che pensa l’insegnante.

L’insegnamento centrato sullo studente tenta di elaborare un metodo efficace per dare vita ad un obiettivo più democratico.

 

Esso propone come partenza alcune ipotesi di base, molto simili a quelle della terapia, ma di carattere provvisorio in quanto non definitive ma modificabili attraverso future ricerche nel campo dell’istruzione.

  • Non possiamo insegnare a un'altra persona direttamente; possiamo solo facilitare il suo apprendimento. Non è vero che ciò che s’insegna è ciò che s’impara.
  • Se invece di concentrare tutto il nostro interesse sull’insegnante lo concentrassimo sullo studente risulterebbe un tipo di istruzione completamente diverso.
  • Una persona impara in modo significativo solo le cose che percepisce come strettamente connesse con la conservazione o il miglioramento della struttura del sé.
  • Le esperienze la cui assimilazione implicherebbe un cambiamento nell’organizzazione del sé tendono a essere evitate attraverso il rifiuto o la distorsione del loro contenuto simbolico.
  • La struttura e l’organizzazione del sé diventano più rigide in condizioni minacciose mentre le barriere si allentano in condizioni completamente prive di minaccia.
  • Le esperienze che sono concepite come incongruenti rispetto al sé possono essere assimilate solo se la struttura del sé in quel determinato momento è rilassata e tanto flessibile da espandersi in modo da includerle.
  • La situazione educativa, che più efficacemente promuove un apprendimento significativo, è quella in cui la minaccia del sé, di colui che apprende, è ridotta al minimo e viene facilitata una percezione differenziata del campo dell’esperienza.

All’inizio queste sperimentazioni sull’insegnamento puntavano molto sulla tecnica dell’insegnante ma in seguito l’interesse fu rivolto al suo atteggiamento. Saper creare un clima di tolleranza e comprensione, progettare attività di apprendimento insieme agli studenti piuttosto che per loro, crea una situazione priva di minaccia portando lo studente a operare senza atteggiamenti difensivi, più libero di essere sé stesso e di accettarsi per quello che è.

Ciò che sembra avere più effetto sullo studente è sentirsi libero da ogni pressione, accettato nel suo silenzio o in quello che esprime e la consapevolezza che tutto dipenda da lui.

Alcuni studi (Withall, Anderson) hanno dimostrato che il clima della classe è in buona misura il risultato del comportamento dell’insegnante.

L’atmosfera che ne risulta dipenderà principalmente da quello che l’insegnante fa e da come lo fa. Questa esperienza educativa ha un’influenza determinante sulla quantità e qualità dell’apprendimento.

Una lezione tenuta su richiesta della classe è un’esperienza del tutto diversa da una lezione imposta al gruppo.

Se il leader non sopporta di lasciare gli argomenti aperti e cerca di arrivare a schematizzazioni o conclusioni al termine della lezione, senza dubbio conforta il gruppo, ma blocca ogni impulso a ulteriori riflessioni sull’argomento.

Se invece il leader è in grado di tollerare l’incertezza, la diversità di punti di vista, i problemi posti ma lasciati irrisolti dal gruppo e sé l’ora della lezione è terminata senza alcun tentativo di arrivare a qualche conclusione artificiosa, i membri del gruppo continuano a riflettere su quei problemi anche dopo l’ora di lezione.

La teoria che l’autovalutazione è il miglior metodo di valutazione in un corso centrato sullo studente nasce dall’esperienza fatta in molti corsi.

Quando lo studente vive l’esperienza della responsabilità, quando riconosce che ha costruito i suoi obiettivi e ha riconosciuto i propri sforzi per realizzarli, che è stato dunque al centro del processo di apprendimento, scopre con meraviglia di essere il locus della valutazione:” All’inizio ho dato di me stesso una valutazione molto rosea, ma chi avrei potuto ingannare e soprattutto perché avrei dovuto ingannare me stesso?”.

Se lo studente vive il locus della valutazione come qualcosa di esterno, l’organizzazione e lo sviluppo della personalità ne sono ostacolati, mentre se lo vive come qualcosa di interno al suo sé, la crescita della persona è favorita.

Gran parte dell’istruzione di oggi pare funzionare partendo dal concetto che ”Non ci si può fidare dello studente” infatti è compito dell’insegnante indirizzare lo studente a svolgere le attività scolastiche necessarie.

L’insegnamento non-direttivo invece si basa su un concetto completamente opposto:

”Ci si può fidare dello studente”.

Si può dare fiducia alla sua volontà di imparare tutto ciò che mantiene e migliora il sé; si può fare affidamento sul fatto che egli utilizzi le risorse utili a tale scopo; si può contare sulle sue capacità di valutare se stesso attuando il criterio del proprio cambiamento; si può immaginare la sua crescita personale ove si provveda a fornirgli un clima favorevole per quella crescita.

L’insegnante che saprà creare in classe un clima di accoglienza, di rispetto, di fiducia, che saprà riconoscersi come componente di un gruppo di apprendimento, piuttosto che come autorità, si convincerà che nell’atmosfera che ha contribuito a creare avrà luogo un apprendimento significativo a livello personale e si alimenterà anche lo sviluppo globale del sé oltre al miglioramento delle conoscenze in un determinato campo del sapere.