Empatia

Il termine “empatia” è nato nel 1809 con significato di “sentire dentro” (dal greco), diverso dal “sentire con” che indica simpatia.

L’empatia è il sentimento di condivisione del vissuto di un’altra persona e quindi di condivisione delle emozioni. Nell’empatia si ritrovano due persone che sono diverse, differenziate, separate ma che riescono a vivere la stessa emozione e quindi a superare una barriera senza confondersi.

Trattare l’empatia equivale a parlare di emozioni ma anche di cognizione e relazioni sociali, poiché non esiste relazione significativa umana che non comprenda l’empatia.

Considerare l’empatia un’esperienza emotiva di condivisione mediata da processi cognitivi, significa ritenerla un fenomeno non unitario né unidimensionale. La condivisione emotiva può infatti presentare diversi livelli di attivazione, caratterizzati da un differente grado di coinvolgimento nello stato emotivo dell’altro. A loro volta, i diversi livelli e tipi di mediazione cognitiva configurano differenti forme di empatia, che comportano diversi gradi di differenziazione tra sé e l’altro.

 

Il contagio emotivo: la forma più primitiva di condivisione

Con il termine contagio emotivo si raggruppano tutte quelle forme di condivisione emotiva immediata e involontaria, caratterizzate da assenza di mediazione cognitiva. Si tratta di reazioni automatiche agli stimoli espressivi manifestati da un’altra persona: l’emozione è dunque condivisa non in modo vicario, ma in modo diretto.

L’ipotesi che esista una tendenza innata al contagio emotivo, ovvero ad assumere in maniera riflessa e cognitivamente non mediata lo stato emotivo di un’altra persona, risale a Darwin (1872), per il quale l’emozione aveva una funzione eminentemente comunicativa e sociale. Secondo Darwin esiste nell’uomo una capacità innata di riconoscimento delle emozioni, unita ad una tendenza altrettanto innata a rispondere automaticamente a queste in modo congruente. La rapidità con cui il contagio emotivo si propaga da un individuo all’intero gruppo svolge una funzione adattiva essenziale, perché permette al gruppo di reagire in modo immediato ai pericoli. Il contagio emotivo svolge l’importante funzione di unire il gruppo, la famiglia o la coppia. Da qui l’ipotesi che si sia fissata nel bagaglio filogenetico della specie umana, per il suo valore adattivo, la tendenza a reagire in modo riflesso, automatico e involontario, ai segnali espressivi del propri simili. Esistono infatti in ogni cultura delle situazioni particolari, quali quelle rituali, che hanno proprio lo scopo di

facilitare il contagio e la comunione emotiva dei partecipanti.

Il contagio non è ancora definibile come empatia ma è la base su cui si forma l’empatia. È presente dalla nascita ed è attivato in modo automatico da stimoli espressivi (segnali): il bambino cioè non impara a reagire allo stato emotivo della madre ma risponde in modo automatico (mimetismo affettivo). L’immediatezza della risposta emotiva facilita la relazione con la madre e rende possibile la precoce attivazione di sistemi affettivi complessi.

Nella prospettiva dell’attaccamento, la precoce disposizione a condividere in modo riflesso gli stati emotivi materni svolge un ruolo indispensabile per la formazione del legame sociale e fa parte del bagaglio biologico che facilita nel bambino la formazione di un rapporto individualizzato con la figura significativa.

La capacità del bambino di cogliere le emozioni altrui non riguarda solo la madre e gli adulti che si prendono cura di lui: essa è stata da tempo osservata anche nei confronti di altri bambini. È nota la reazione di pianto del neonato nell’udire il pianto di una altro bambino. L’automatismo fa sì che non ci sia differenziazione tra sé e l’altro: nel neonato perché tale capacità non si è ancora sviluppata, nell’adulto perché si perde momentaneamente.

Le forme di contagio quindi non sono limitate all’infanzia ma sono presenti anche nell’età adulta (es. relazione madre/bambino, innamoramento, situazioni di folla). Il contagio è funzionale a livello evolutivo perché permette al bambino di far propri gli stati emotivi della madre e all’adulto è funzionale solo se momentaneo, tanto è che ogni cultura ha creato codici che tendono a limitare, censurare l’espressione delle emozioni forti per evitare il contagio sociale.

In conclusione il contagio si situa all’origine di un continuum lungo il quale si collocano tutte le altre forme di empatia, anche quelle più evolute, caratterizzate da un livello crescente di mediazione cognitiva, di volontarietà, di differenziazione tra sé e l’altro. Il contagio si differenzia da queste per l’assenza di mediazione cognitiva. Non è limitato alla prima infanzia, pur essendo in essa maggiormente presente. Il contagio può comparire in qualunque momento della vita, anche nell’età adulta, favorito dai momenti rituali, dall’esposizione a forti emozioni, così come da tutte le situazioni in cui la separazione tra mondo interno e mondo esterno, tra sé e latro, è meno netta.

In situazioni di esposizione continua a stimoli espressivi soprattutto negativi si rischia il contagio a cui l’adulto risponde con meccanismi di difesa quali la negazione della sofferenza altrui, la fuga. Questa risposta è data dal fatto che il contagio è vissuto come pericoloso perché ci si sente inglobati dal vissuto dell’altro (manca la differenziazione): il contagio quindi non è pro-sociale (se non c’è differenziazione non ci può essere aiuto).

 

L' Empatia per condivisione parallela

Nell’empatia per condivisione parallela, la risposta al vissuto altrui non è automatica ma mediata cognitivamente, seppur in modo semplice e non sofisticato.

Le forme più evolute di empatia richiedono una comprensione ed una discriminazione delle emozioni altrui, correttamente riconosciute e vissute come esterne a sé e come appartenenti ad un’altra persona differenziata. L’empatia richiede quindi, come prerequisito indispensabile, la capacità di riconoscere in modo differenziato le emozioni di un’altra persona; essa è il risultato di un processo evolutivo abbastanza complesso ed implica che l’osservatore sia in grado di comprendere, in primo luogo, che gli altri sono persone differenziate e distinte, le quali possono provare stati emotivi interni ed esprimerli attraverso vari canali espressivi. Inoltre il riconoscimento implica la capacità di decodificare in modo corretto l’espressione emotiva altrui, prendendo in considerazione gli indici trasmessi dai diversi canali espressivi. Ad una buona capacità di identificare le emozioni però non corrisponde sempre la loro condivisione: la capacità di riconoscimento non si traduce sempre in empatia.

L’empatia per condivisione parallela compare nella seconda metà del primo anno quando emerge un sé intersoggettivo che poi evolve in un sé verbale nella seconda metà del secondo anno. Si basa quindi su una differenziazione sé/altro. Inoltre a questa età il bambino acquisisce la permanenza dell’oggetto e discrimina in modo più differenziato le emozioni che non sono più polarizzate semplicemente in buone e cattive. La mediazione cognitiva fa sì che il bambino risponda non solo a stimoli espressivi ma anche a stimoli situazionali (concrete situazioni che si associano a particolari stati emotivi). Mentre le espressioni emotive dell’altro possono suscitare direttamente un’attivazione emotiva di contagio, la corretta comprensione degli stimoli situazionali richiede un tipo diverso e più complesso di processamento cognitivo. Essi infatti possono suscitare una risposta emotiva solo in quanto vengono collegati dal soggetto che osserva, sulla base dell’esperienza passata, ad una situazione emotivamente significativa. Ad esempio, il bambino può reagire empaticamente alla vista di una bambino che cade soltanto quando è in grado di sapere che il fatto di cadere provoca dolore e sofferenza. Tale conoscenza gli può derivare sia dall’osservazione di altre persone, sia soprattutto dalla propria esperienza. Nel riconoscimento delle situazioni e nel collegamento tra la situazione ed un certo stato emotivo sono implicati numerosi processi cognitivi. In particolare è coinvolta la capacità di attribuire correttamente ad un evento una certa causa.

La capacità di rispondere in modo empatico agli stimoli situazionali, soprattutto se accompagnati da congruenti stimoli espressivi è più tardiva. Nel terzo anno di vita molti stimoli situazionali non sono ancora sufficientemente pregnanti per riuscire a scatenare una reazione empatica, se non sono accompagnati da uno stimolo espressivo. Ciò significa che i bambini a questa età hanno difficoltà a ricondurre gli stimoli situazionali ad uno stato emotivo interno dell’altro, se la situazione non è accompagnata da stimoli espressivi che facilitino il riconoscimento delle emozioni altrui.

L’empatia per condivisione parallela è stata anche definita empatia egocentrica perché l’emozione dell’altro è associata alla propria in base alla situazione che può anche non essere uguale ma solo simile: c’è quindi sempre un riferimento a sé. L’attenzione non è perciò rivolta al vissuto interiore della persona osservata quanto all’evento che la persona osservata sta vivendo ed all’associazione tra questo evento e la propria esperienza. Non vi è infatti una reale partecipazione all’emozione dell’altro quanto una risposta appunto parallela ed egocentrica.

Le forme di empatia cognitivamente meno evolute possono coesistere con quelle più evolute. Negli adulti esistono molte forme di empatia di tipo parallelo, non ancora mediate da una rappresentazione dello stato emotivo dell’altro, ma soltanto da una focalizzazione sull’evento, che si impone all’osservatore per il suo potere evocatorio, associandosi ad esperienze precedentemente vissute.

 

L' Empatia per condivisione partecipatoria

La caratteristica dell’empatia più evoluta è saper condividere in modo vicario le emozioni di un altro, pur avendo chiaro che si tratta di emozioni separate dalle proprie, ed anzi spesso anche molto diverse dalle proprie.

La riposta al vissuto altrui è mediata cognitivamente in modo sofisticato, evoluto, elaborato, cioè la mediazione è linguistica e basata sulla rappresentazione del vissuto e del punto di vista altrui. La partecipazione si realizza tramite una condivisione in cui è sempre presente una differenziazione sé/altro; consiste nel tenere conto allo stesso tempo delle implicazioni della situazione e delle caratteristiche dell’altra persona, superando progressivamente l’egocentrismo e controllando il proprio punto di vista, che viene sempre più differenziato e non sovrapposto a quello altrui. In questo senso l’empatia per condivisione partecipatoria permette di  comprendere che gli altri, anche in situazioni simili, hanno modi individuali di sentire, diversi dai propri, poiché sono differenti per personalità, atteggiamenti,….

La rappresentazione del vissuto dell’altro si riferisce alla capacità di rappresentarsi gli stati interni dell’altra persona, svincolandoli sempre più dagli eventi cui sono correlati e rendendosi sempre più conto che questi stati interni possono essere radicalmente diversi da quelli che il soggetto ha provato in situazioni simili.

L’aumento della capacità di rappresentarsi il vissuto altrui si ha a partire dalla fanciullezza: i bambini di sette anni incominciano a giustificare la loro risposta emotiva di condivisione, se pure in modo ancora molto limitato, facendo riferimento agli stati emotivi ed all’esperienza interna dell’altro. Tale riferimento è invece elevato nei bambini di 13 anni.

La capacità di rappresentazione del vissuto soggettivo dell’altro non si traduce necessariamente in condivisione (esperimenti di Milgram);  l’empatia più evoluta si fonda sulla rappresentazione del vissuto dell’altra persona e su un completo decentramento, che rende possibile comprendere che il vissuto dell’altro può essere molto diverso dal proprio anche in situazioni simili: questo tipo di empatia è caratterizzato da una risposta emotiva non più solo parallela ma partecipatoria.

I diversi tipi di empatia, pur comparendo in tempi diversi, lungo lo sviluppo non si escludono l’un l’altro. È possibile, anche nell’adulto, che l’emozione osservata nell’altra persona richiami all’osservatore per via associativa un’analoga esperienza da lui vissuta. In questi casi la condivisione non passa attraverso una metarappresentazione della prospettiva e del punto di vista dell’altro, ma è basata soltanto sulla forza dell’evento. Ciò significa che l’empatia non è sempre mediata da una rappresentazione nettamente differenziata del vissuto dell’altra persona. Al livello più alto di mediazione cognitiva viene individuata l’empatia per le condizioni di vita di un’altra persona. Tale forma risulta mediata sia dall’uso della parola sia dalla rappresentazione altamente differenziata dell’altro e della sua storia.  Queste capacità vengono collegate allo sviluppo dell’identità, vale a dire alla crescente consapevolezza che sia sé che gli altri sono persone che hanno una continuità nel tempo, con una propria storia ed una propria identità; inoltre l’acquisizione del pensiero formale offre nuove opportunità, perché consente di immaginarsi situazioni astratte e ipotetiche.

 

Lo sviluppo dell’Empatia come un continuum

I processi più primitivi non scompaiono con lo sviluppo ma coesistono con quelli più evoluti. Ciò significa che il contagio, così come l’associazione diretta, si possono manifestare anche nell’adulto, mentre non è possibile l’empatia per condivisione partecipatoria prima che il bambino abbia raggiunto una certa capacità cognitiva, in particolare la capacità di rappresentazione del ruolo e del vissuto altrui.

Per quanto riguarda le precondizioni viene posta per il contagio, accanto alla programmazione filogenetica, anche la relazione madre-bambino. È infatti attraverso la relazione con la madre che il bambino mette in atto quella comunione immediata che è tipica del contagio. In questo senso il patrimonio genetico offre un insieme di possibilità, che per realizzarsi devono però trovare un’adeguata situazione sociale che determini una differenziazione del sé (estraneità dall’altro).

A partire dalla relazione madre-bambino, l’empatia avviene in seguito allo sviluppo cognitivo  e del sé: la differenziazione tra sé e l’altro, legata alla conquista della permanenza dell’oggetto, è una tappa cruciale perché consente di riconoscere un altro distinto da sé, dotato di emozioni esterne e differenziate. Su questa capacità si innestano, nel bambino, la conquista del linguaggio ed il progressivo lento processo di riconoscimento che gli altri hanno stati emotivi interni propri. A partire dalla preadolescenza e dall’adolescenza, grazie alla possibilità di pensiero formale, diventa sempre più possibile per il ragazzo distaccarsi dall’immediatezza della situazione osservata, rappresentarsi dei vissuti interni possibili, immaginarsi condizioni che non sono direttamente osservabili, generalizzare tali vissuti e condizioni ad interi gruppi. Tali capacità risentono fortemente dell’influenza sociale e culturale; questi tipi di empatia perciò sono maggiormente legati all’educazione e, in particolare, ai modelli ed ai valori che per l’adolescente e per l’adulto sono ormai diventati riferimenti portanti della propria visione del mondo e dei rapporti con i propri simili.

 

Empatia e comportamento prosociale

L’empatia è considerata un’importante antagonista del comportamento aggressivo e un’esperienza capace di promuovere la prosocialità e l’altruismo.

Il contagio non dà luogo a comportamenti prosociali perché implica un’attivazione molto forte (pari a quella dell’altro) che rende impossibile la relazione di aiuto: piangere con chi piange implica una totale immedesimazione tra le persone che non lascia spazio alla realizzazione di azioni concrete.

Il comportamento prosociale è possibile solo nelle situazioni in cui vi è un livello ottimale di attivazione emotiva. Le persone travolte dalle emozioni negative cui sono esposte tendono a focalizzare l’attenzione su di sé e sui propri bisogni piuttosto che su quelli degli altri. Esse cercano perciò di negare o sottrarre se stesse alla fonte della sofferenza, anziché intervenire per aiutare l’altro. Le risposte empatiche e prosociali richiedono invece la capacità di padroneggiare la propria attivazione emotiva. Solo le persone con un’attivazione emotiva controllata sono capaci di intervenire, focalizzando l’attenzione sull’altro e sui suoi bisogni.

Il comportamento prosociale e quello di aiuto compaiono con l’empatia parallela, anche se il soggetto mette in atto forme di aiuto ancora autocentrante, nelle quali aiuta gli altri con azioni che egli sa essere utili per sé in contesti analoghi, senza chiedersi se esse siano veramente utili all’altro. Anche l’aiuto egocentrico non è raro nell’adulto. In questi casi il soggetto fa ciò che, in base alla sua esperienza, allevierebbe la sua sofferenza in una situazione simile.

Soltanto un elevato decentramento cognitivo, vale a dire la capacità di considerare la situazione dal punto di vista dell’altro e con gli occhi dell’altro, permette di attuare dei comportamenti prosociali verso intere categorie.

 

I rischi dell’Empatia

Il contagio può rappresentare un pericolo, sia per una società evoluta, che per un individuo ormai differenziato. Infatti il ruolo positivo del contagio, in termini di comunicazione e di mobilitazione all’azione, rimane nell’uomo limitato alle relazioni sociali che si realizzano nella coppia, nella relazione con i figli e nel piccolo gruppo famigliare o tribale. In questi gruppi ristretti è utile che l’emozione di uno dei membri venga compartecipata dagli altri componenti. In un gruppo sociale più allargato, dove convivono persone estranee, il contagio perde la sua funzione adattiva e diventa anzi pericoloso, sia per il gruppo sia per l’individuo. Quanto più la struttura sociale è complessa ed articolata, tanto meno è utile che l’emozione di una persona dilaghi e coinvolga il gruppo.

Per queste ragioni tutte le culture hanno sviluppato dei codici sociali che censurano la manifestazione pubblica delle forti emozioni al di fuori di particolari momenti e specifici contesti. Si può perciò ritenere che l’individuo mobiliti difese contro il contagio emotivo; poiché esso è scatenato in modo automatico, queste difese devono comportare in primo luogo un esitamento dell’esposizione alle emozioni altrui oppure una massiccia negazione delle emozioni espresse. Gli individui che non possono sottrarsi alle emozioni altrui corrono maggiormente il rischio del contagio, che può tradursi in forme di sofferenza fisica e psichica (burn out).

Esiste anche il timore nei confronti dell’empatia che può risiedere nel rischio di non essere capaci di modulare una condivisione cognitivamente evoluta e distaccata. Di fronte a situazioni emotivamente molto forti e coinvolgenti, la persona può a ragione temere di non essere capace di contenere la condivisione nei limiti della differenziazione e del distanziamento cognitivo. In questi casi la paura dell’empatia è in realtà ancora una volta la paura del contagio.