L'aspetto più pervasivo del nostro funzionamento è costituito dalla nostra interazione con l'ambiente, dall’entrare in contatto con esso, così da trovare compimento ai nostri bisogni.
Il “ciclo di contatto” o “ciclo dell'esperienza” può essere considerato una mappa generica di ogni episodio di contatto, una rappresentazione della sequenza di percezione e comportamento volta al
completamento di una figura d’interesse nell'interazione organismo/ambiente.
Questo processo d’interazione organismo/ambiente, sebbene fenomenologicamente appaia fluido e continuo, è caratterizzato da alcuni elementi basilari che formano una “sequenza di contatto”.
Si possono contraddistinguere dei “segni di punteggiatura” che costituiscono le fasi del processo; questi segni sono più facilmente individuabili nei cicli di contatti difficoltosi, in cui è
interrotta la sequenza naturale.
Fasi del “ciclo di contatto” o “ciclo dell'esperienza”:
Contatto preliminare o pre-contatto:
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l'organismo è mobilitato da uno stimolo interno o esterno
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a sensazione è l'ingrediente base dell'esperienza, lo sfondo dal quale partiamo per organizzare il nostro funzionamento
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attraverso la combinazione delle sensazioni, l'astrazione del loro significato in termini di bisogno e l'integrazione dell'esperienza in un'unità
significativa in relazione con l'ambiente, avviene la formazione della Figura o Gestalt
Presa di contatto:
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successivamente l'organismo può mobilizzare (mobilizzazione) il flusso di energia o di interesse in modo da prepararsi all'azione
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decisione responsabile di azione verso l'ambiente (orientamento)
Contatto pieno:
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il comportamento o movimento che porta al contatto con i propri bisogni corporei e al loro soddisfacimento favoriscono il completamento della Figura
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fusione a confine aperto, con modalità attiva/ricettiva, attraverso un’ aggressività costruttiva a modificare la realtà
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senso di compimento (elaborazione, masticazione, cambiamento)
Post contatto:
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il dissolversi di quella figura nello sfondo
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fase di digestione/assimilazione
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precede l'integrazione dell'esperienza nella dimensione storica e di crescita personale
Ritiro:
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è la fase del ritorno a sé, il riposo, il punto 0
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permette l’inizio di un nuovo ciclo.
Interruzioni di contatto.
In alcune situazioni il flusso che porta dalla formazione della Figura al completamento di questa nell'ambiente non è così scorrevole.
Alcuni ambienti possono non sostenere il soddisfacimento di certi bisogni, in quanto sprovvisti delle risorse sufficienti, oppure il comportamento che corrisponde a quel bisogno può evocare una
reazione ostile.
Per questo motivo a volte diventa necessario rimandare l'adempimento dei bisogni e interrompere alcuni cicli di esperienza, per far sì che il ritmo e la forma di contatto si adattino alla
circostanze mutevoli del mondo e del nostro organismo.
La capacità di interrompere temporaneamente il processo di contatto è considerata utile e sana, quale adattamento creativo alle vicissitudini dell'esperienza e dell'ambiente.
Tuttavia la difficoltà sorge quando il ciclo di contatto viene interrotto abitualmente, in maniera inconsapevole, così che i nostri bisogni non riescono a trovare risoluzione, e questa
incompletezza si manifesta come disturbo e malattia.
Quando si presenta quest'ultima eventualità parliamo di "disordini dei confini dell’ io", cioè di meccanismi difensivi detti anche Interruzioni di contatto:
Confluenza
L’uomo in stato di Confluenza patologica non sa chi veramente fa qualcosa e a chi; non riconosce i propri bisogni/desideri, esigendo la somiglianza a sé e rifiutando ogni divergenza.
Proiezione
Chi proietta accusa di fare a lui ciò che invece lui vorrebbe fare o fa agli altri.
Se penso che l'altro mi giudichi è una proiezione (senza verificare ho proiettato sull'altro una mia emozione/convinzione, un mio bisogno).
Introiezione
Chi introietta si comporta secondo i desideri altrui. Sono frequenti i pensieri del tipo: “penso che non sia educato” ecc. L'introietto spinge quasi sempre alla
retroflessione.
Retroflessione
Chi retroflette fa a se stesso ciò che vorrebbe fare agli altri.
E’ una retroflessione anche impedirsi qualcosa oppure deviare l’azione su un oggetto (toccarsi i capelli, ecc)
Egotismo
Abituale mancanza di ricettività e apertura, in un atteggiamento difensivo e di opposizione ad ogni condivisione con l’altro e con l’ambiente.
Deflessione:
Manovra per distogliersi dal contatto diretto; si può dire che l'individuo non è in reale contatto con l'ambiente.
Proflessione:
Quando un'azione diretta verso un soggetto è esercitata su un altro soggetto; il soggetto fa ad un’altra persona qualcosa che vorrebbe gli fosse fatto.
La confluenza
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Gestalticamente la Confluenza è l'assenza di una figura emergente.
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Nella confluenza si tende a funzionare al più basso livello di rischio possibile instaurando un clima di compiacenza, con un livello di espressività
superficiale che impedisce l’insorgere di conflitti, ma contemporaneamente nega le spinte creative, mantenendo basso il livello di eccitazione (bassa energia).
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Andare d'amore e d'accordo non è necessariamente confluenza.
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La confluenza sana è quella post-orgasmo (non c'è nessuna altra figura che emerge), ma nel momento stesso in cui emerge un altro bisogno/desiderio (alzarsi
per andare in bagno) si rompe la confluenza.
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Quando l'individuo non è consapevole di essere una parte di un tutto più ampio e complesso e identifica sé stesso con l'ambiente è in confluenza.
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La persona che usa tale meccanismo di difesa ha dovuto negare i propri sentimenti, pensieri e desideri, e ha fatto propri quelli del gruppo, identificandosi
senza discriminazione.
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Quando questo senso d’identificazione totale è cronico e risulta impossibile vedere la differenza tra sé e il resto del mondo, l’individuo non riconosce
alcun confine tra sé e l’ambiente.
Confluenza nell’Incontro di Counseling:
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La persona non si definisce, non distingue i propri bisogni, compiace.
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L'uso del “noi” ci segnala che stiamo entrando in confluenza con il cliente.
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Quando Counselor e cliente sono in confluenza si crea e si avverte confusione: la persona non sa porre una linea di demarcazione tra sé e l'altro; non
riesce ad avere un contatto reale né con se stesso né con l'altro, né si può ritirare.
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Il desiderio di differenziarsi e sperimentare se stessi è completamente bloccato, così come viene bloccato negli altri.
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Non si sa chi si sia, che cosa siano gli altri e non si riconoscono i propri bisogni o desideri.
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Nella confluenza si esige la somiglianza a sé e si rifiuta ogni divergenza.
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La confluenza patologica comporta gravi conseguenze sociali, perché esigendo la somiglianza rifiuta di tollerare ogni divergenza. La persona si uniforma,
senza negoziare, a regole esterne a sé e non manifesta i propri bisogni.
Suggerimenti per il Counselor:
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Far fare alcuni respiri profondi e poi chiedere "cosa senti ora?"; "cosa vuoi fare ora?".
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Stimolare il cliente a sentire e focalizzare i propri bisogni differenziandosi dall'altro.
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Invitare a manifestarsi in forma di richieste e a negoziare con l'ambiente.
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Il modo più semplice per rompere la confluenza è permettere ad un bisogno o a un desiderio di emergere.
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Ascoltando e dando valore a ciò che si sente, si lascia quindi che emerga una figura.
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Nella confluenza con il cliente c'è un aspetto positivo: permette di essere accoglienti, quindi talvolta vi si ricorre nelle prime sedute.
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Nell’Incontro di Counseling si può usare la confluenza come qualunque altro tipo di modalità, l'importante è che il Counselor ne sia
consapevole.
L'Introiezione
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In un processo naturale di evoluzione l'individuo accetta o rifiuta ciò che viene dall'ambiente in una modalità in cui ciò che viene preso diventa proprio
(assimilato); quando l'individuo "inghiotte" ciò che viene dall'ambiente, senza assimilarlo e senza discriminarlo, manifesterà valori, idee e comportamenti che non sono propri.
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In Gestalt gli “introietti” sono aspetti o funzioni (concetti, fatti, norme comportamentali, morali, etiche, ecc.) appartenenti a figure autorevoli o
comunque importanti, positive o negative, che noi abbiamo fatto entrare in noi come un corpo estraneo, come se fossero nostri (“come se” nevrotico).
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E' un mezzo economico per sostituire l’esperienza: esempio: dire “no” al bambino quando mette le dita nella presa; se lui si prende la scossa, comprende
l'utilità dell'esperienza e la validità del divieto. Se però non ne fa esperienza e si impedisce di farla, può diventare un introietto e il divieto vale non per effetto dell'esperienza, ma
per il timore del rimprovero genitoriale. L’utilizzo sano dell’introietto è quello di farne uso fino a quando protegge il soggetto da esperienze troppo difficili. Gli Introietti sono molto
utilizzati negli stili educativi autoritari.
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Nell'introietto faccio “come se” avessi fatto l'esperienza, basandomi sulle parole di altri, per esempio se mio padre mi dice “sei un buono a
nulla” e io considero queste parole come se fossero frutto di una mia esperienza.
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Quando siamo piccoli le regole non possono essere comprese più di tanto: gli introietti sono inevitabili. Poi tutto ciò dovrebbe essere vomitato e
sostituito dall’esperienza personale. Nel caso precedente, è possibile che il figlio sia molto ligio alle regole sia che diventi ribelle. Se un bambino cresce con poca voglia di fare
esperienza rimane prigioniero degli introietti. In questo modo l'introietto diventa una modalità di rapporto con il mondo esterno.
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Introietti sono tutte le regole accettate indiscriminatamente. La loro funzione è economica: evitano al soggetto di scegliere ogni volta. Se però il loro
condizionamento impedisce al soggetto di scegliere, allora le regole introiettate diventano qualcosa di poco funzionale.
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Quando la regola invece, è digerita e condivisa non è più un introietto, un corpo estraneo, ma diventa semplicemente una regola del soggetto stesso.
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In casi estremi, l’introiezione di elementi esterni in conflitto tra loro ad esempio modelli genitoriali contrapposti e non comunicanti, può rappresentare
la premessa per fenomeni di disgregazione della personalità.
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In ogni caso idee contraddittorie introiettate generano quel conflitto interno che porta di solito il soggetto ad una situazione di ambivalenza e di
empasse; spesso gli introietti fanno provare al soggetto sentimenti di autodisprezzo e autoalienazione.
Introiezione nell’Incontro di Counseling:
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La persona manifesta valori, idee e comportamenti assunti passivamente.
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Utilizza spesso i verbi come “devo” o “non posso” oppure espressioni in seconda e terza persona “non si fa” “si deve”
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Usa forme impersonali “bisogna, è necessario, è opportuno, ecc.”
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Quando l’introiettatore dice “io penso”, di solito intende “loro pensano”.
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Il ragionamento è spesso incongruente. Sono espressi concetti tipo “le buone maniere sono più importanti dei bisogni personali più urgenti” o che
“bisogna sorridere e sopportare”.
Suggerimenti per il Counselor:
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Durante il percorso di Counseling è possibile identificare gli introietti, verificare se sono diventate regole di vita nelle quali crediamo e delle quali
abbiamo esperienza diretta o se non sia meglio liberarcene perché non servono più.
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Il Counselor può diventare esperto nel "sentire l'odore dell'introietto"
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Può essere utile chiedere di sostituire alle forme impersonali il pronome "io", invitando il cliente a parlare in prima persona, per stimolare al contatto
con i suoi bisogni e alla differenziazione dalle norme esterne.
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Ci si libera di un introietto quando ci si permette di fare l'esperienza diretta. Può essere più difficile quando l'introietto viene dal padre o dalla
madre: spesso accade che il cliente pensi di dimostrare affetto al genitore introiettando le sue parole, per ottenere la sua approvazione e dargli ragione. In questo caso buttar fuori
l'introietto può essere vissuto come un negare affetto al genitore interessato (senso di colpa)
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Può essere utile anche verificare se dietro ad un’affermazione c’è una regola e invitare il cliente ad esplicitarla, indagando sull’origine della regola
"chi ti ha insegnato questo?" o "Quale voce sta enunciando la regola?"
La Proiezione
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L'individuo disconosce parti di sé, attribuendole al mondo esterno: la proiezione è la tendenza a rendere l’ambiente responsabile di tutto ciò che si
origina nel sé. Analogamente all’introiettatore, il proiettore è incapace di distinguere gli aspetti della personalità che sono realmente suoi, da quelli impostigli dall’esterno
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I bisogni del mondo esterno introiettati e vissuti dall'individuo come prioritari rendono insostenibile il riconoscimento dei propri desideri, impulsi e
sentimenti. Di fronte a tale conflitto e all'insorgere di sentimenti di colpa e autodenigrazione, l'altro viene vissuto come responsabile di propri impulsi e l'individuo si sente vittima di
circostanze esterne a lui.
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Il confine tra l'organismo e l'ambiente è tale che l'individuo non attua verifiche della realtà, troppo interessato com'è a trasformare il suo conflitto
interno in un conflitto tra lui e l'ambiente.
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Il nevrotico non usa il meccanismo della proiezione solo nei suoi rapporti col mondo esterno, ma lo usa anche con se stesso. Ha la tendenza a rinnegare non
solo i propri impulsi, ma anche quelle parti di sé in cui si originano. Egli dà a questi elementi un’esistenza oggettiva fuori di se stesso, in modo da renderli responsabili dei suoi guai,
senza accettare che sono parte di lui.
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Invece di essere un partecipante attivo della propria vita, il proiettore diventa un oggetto passivo, “la vittima delle circostanze”.
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Nella proiezione non verifico la mia sensazione (o il mio pensiero o la mia idea) con l'altro, rispondo immediatamente dandola per buona (comportamento
nevrotico compulsivo); il primo risultato di questo comportamento è la dominanza, il controllo: so come comportarmi perché “so” che cosa sta facendo/pensando l'altro.
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Perls distingue tra espressione e proiezione: il carattere sano esprime le sue emozioni, il carattere paranoico le proietta.
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E’ necessario fare molta attenzione a distinguere tra proiezione patologica e la supposizione che si basa sull’osservazione normale e sana.
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Il caso estremo della proiezione si riconosce nella paranoia, ma essa esiste anche sotto forme meno estreme o non patologiche: per esempio il romanziere che
si proietta nei suoi personaggi e mentre scrive si identifica negli stessi non soffre della confusione di identità che caratterizza la condizione patologica della proiezione; egli conosce
perfettamente il confine tra sé ed i suoi personaggi.
Proiezione nell’Incontro di Counseling:
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La persona attribuisce ad altri propri sentimenti, comportamenti e idee senza averli verificati; è centrata su quello che gli altri fanno, pensano dicono,
ecc.
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La persona è spesso diffidente, cauta. Per esempio dice di desiderare amicizia e amore, ma dice anche “non ci si può fidare di nessuno perché tutti vogliono
approfittare”.
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La persona ha la tendenza a rinnegare non solo i propri impulsi, ma anche quelle parti di sé in cui si originano. Egli dà a questi elementi un’esistenza
oggettiva fuori di se stesso, in modo da renderli responsabili dei suoi guai, senza accettare il fatto che sono parte di lui; invece di essere un partecipante attivo della propria vita, il
proiettore diventa un oggetto passivo, “la vittima delle circostanze”.
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Usa la lettura della mente, si ritiene una persona molto sensibile, quasi sensitiva.
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Il proiettore è incapace di distinguere gli aspetti della personalità che sono realmente suoi, da quelli impostigli dall’esterno. Mediante la proiezione,
spera di sbarazzarsene, non rendendosi conto che non sono introietti, ma parti di se stesso.
Suggerimenti per il Counselor:
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Può essere utile stimolare la riappropriazione delle parti proiettate attraverso la verifica nella realtà; es: illavoro delle due sedie, il contatto con le
polarità.
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Nell’Incontro di Counseling, è necessario che il cliente si assuma la responsabilità delle sue proiezioni, si reidentifichi con le sue proiezioni, e diventi
quel che proietta; dopo aver individuato le proprie proiezioni, è utile riconoscerle come parti della propria personalità e non come appartenenti al mondo esterno.
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Il mondo dei sogni costituisce, secondo Perls, un ambito in cui è facile riconoscere le proiezioni in quanto espresse in forma analogica e metaforica. In
linea di massima i sogni piacevoli rappresentano una realizzazione del desiderio, quelli spiacevoli contengono una proiezione. Se per esempio si sogna di essere morsi da un serpente è utile
ricercare il serpente velenoso che è nascosto nel proprio carattere e identificarsi con le caratteristiche di questo serpente per integrare, senza giudizio, quella parte di noi.
La Retroflessione
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Letteralmente significa “rivolgere nettamente indietro, contro”: la retroflessione è l’atto di rivolgere a se stessi o contro se stessi quello che doveva
essere indirizzato all'ambiente.
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Si retroflette quando anziché manifestare sull’ambiente un nostro impulso lo rivolgiamo a noi stessi.
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Ci sono due tipi di retroflessione: la prima è fare a noi stessi ciò che in origine avremmo voluto fare all’ambiente. Per esempio anziché esprimere la
nostra aggressività o disagio nei confronti di qualcuno ci mangiamo le unghie o contraiamo la nostra muscolatura, le spalle, lo stomaco, i piedi, ecc.: mi contraggo, mi faccio venire le
palpitazioni o un attacco di mal di pancia per non incidere sull’ambiente, sul genitore, sul capo ecc. Faccio a me qualcosa di equivalente a ciò che avrei voluto esprimere a loro.
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la seconda è fare a noi stessi ciò che in origine avremmo voluto che l’ambiente avesse fatto a noi. Per esempio mi dico da solo delle belle cose su di me,
mi tratto bene, mi incoraggio, ecc.: sono tutte cose che in realtà avrei voluto che qualcun altro facesse con me.
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Quando una persona retroflette il suo comportamento, tratta se stessa come voleva trattare altre persone o altri oggetti. Smette di dirigere le sue energie
all’esterno per manipolare l’ambiente e soddisfare i suoi bisogni; si concentra all’interno sostituendo come bersaglio se stessa all’ambiente. Facendo ciò divide la sua personalità in colui
che agisce e colui che subisce, diventando letteralmente il proprio peggior nemico.
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• Le retroflessioni più importanti sono:
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l'odio diretto contro il sé (che conduce all'autodistruzione, al suicidio),
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il narcisismo.
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l'autocontrollo o super-controllo. Una persona super-controllata, afferma Perls, è come quel guidatore che guida l'auto tenendo premuto
costantemente i freni. Egli logorerà i freni e il motore.
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Il pensare, fantasticare, quando con queste modalità si sostituisce l'azione.
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l'introspezione quando diviene esagerata autocritica o auto-rimprovero (retroflessione attiva).
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l’Ipocondria (retroflessione passiva).
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E’ chiaro che nessuno vive dando sempre libero sfogo ai suoi impulsi e alcuni vengono frenati, ma frenare deliberatamente gli impulsi distruttivi grazie al
riconoscimento che sono tali, è tutt’altra cosa che volgerli contro se stessi.
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Un esercizio sano della retroflessione consente di contenere impulsi per dilazionarne l’espressione in tempi e situazioni che ne consentano un più efficace
soddisfacimento. Una cronica attitudine a retroflettere comporterà una ritenzione abituale dei propri bisogni con conseguenti comportamenti auto-inibitori che ostacoleranno una più sana
osmosi tra bisogni dell’individuo e possibilità di contatto con le risorse dell’ambiente.
Retroflessione nell’Incontro di Counseling
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la persona fa a se stessa quello che vorrebbe fare ad altri, oppure fa a sé ciò che vorrebbe che gli altri facessero a lei; dice "sono arrabbiato
con me" si morde le labbra, si fa del male, si accarezza, si autostimola, torce le mani.
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La retroflessione si manifesta nell’uso del riflessivo “me stesso”. Affermazioni tipiche “mi vergogno di me stesso” o “devo
costringermi a ...” tutte basate sulla concezione sorprendente che lui e lui stesso sono due persone diverse.
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Nella confusione tra sé e l'altro manifesta anche la confusione totale del sé.
Suggerimenti per il Counselor:
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Il trattamento della retroflessione, secondo Perls, è più semplice del trattamento per curare le repressioni e le proiezioni. Nella retroflessione non è
danneggiata la funzione io. L’Io sbaglia solo direzione, mentre nelle repressioni e nelle proiezioni la funzione Io è indebolita.
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Può essere utile mobilizzare verso l'altro l'energia rivolta verso una parte di sé, ad esempio per far uscire la persona dalla retroflessione posso offrire
la mia mano e farmela torcere o far parlare la mano stessa del cliente
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Attraverso il dialogo delle parti può essere utile invitare a chiedere agli altri di soddisfare i propri bisogni, stimolando ipotesi del tipo: “cosa
succederebbe se invece di incolpare te stesso… dicessi direttamente a ...”.
L'Egotismo
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Il termine Egotismo significa “eccessiva importanza concessa a se stessi ed alle proprie esperienze di vita”.
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E’ una condizione che si presenta puntualmente in persone esposte ad ambienti non ospitali e quindi potenzialmente pieni di pericoli, reali o presunti, per
la sopravvivenza (mancanza di calore, sicurezza, cibo e riconoscimento).
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In un atteggiamento difensivo e di opposizione a ogni condivisione con l’altro-da sé, la crescita della personalità e la qualità della vita dell’individuo
può rimanerne negativamente condizionata.
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Perls e Goodman la definiscono anche come sindrome di chi pensa di avere la verità in tasca poiché esprime una sorta di atteggiamento di “colui o colei che
ormai sono arrivati e sanno già tutto!”.
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E’ uno stato che denota anche un certo livello di realizzazione perché l’individuo ha trovato un suo equilibrio: manca però la spontaneità e la
vitalità.
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Spesso si trova questa resistenza nelle personalità arroganti e narcisiste, in individui che si manifestano come spettatori e osservatori di se stessi senza
coinvolgersi, privi di bisogni e di interessi, consapevoli della proprie cose ma mancanti di innocenza e di impulsi spontanei. Tendono a credere di saperla più lunga degli altri su ogni cosa
e sentono che nulla li tocca essendo “ormai” al di sopra. Sono spesso freddi, hanno atteggiamenti controllanti e programmati, evitano ogni forma di manifestazione autentica e non si
identificano nel prossimo nei confronti del quale applicano una distanza emozionale “di sicurezza”, non permettendosi di sperimentare alcuna forma di empatia, piacere o dispiacere.
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Naturalmente per quanto l'Egotismo sia di fatto una posizione arroccata di tipo narcisistico, ciò non significa che si debba considerare il narcisismo come
un tratto di per sé solo negativo. Il narcisismo, infatti, è in polarità con la relazione d’oggetto. Nella relazione si può essere orientati all’Io (narcisismo) o al tu (oggetto) e se non vi
è almeno un po’ di narcisismo, che poi di fatto è l’autostima, non è detto che la relazione funzioni meglio. Avere una posizione di auto-sostegno, auto-apprezzamento e
auto-valorizzazione è positivo e quindi una parte di egotismo, per cui ci si dà credito, valore e magari ci si mette un po’ al di sopra di certe cose, è auspicabile.
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L’egotismo, in quanto possibilità di chiusura selettiva, è inoltre fondamentale alla crescita dell’individuo in molteplici circostanze e fasi
evolutive:
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la capacità di dire no (attorno ai 6 mesi, di differenziarsi quindi dalla fase simbiotica con l’ambiente materno)
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lo sviluppo della capacità aggressivo-competitiva, tesa a lottare per il proprio territorio vitale e a difenderlo da possibili invasioni,
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gli atteggiamenti oppositivi tipici della condotta adolescenziale tesa a demarcare i confini del sé e la propria identità sessuale, cultuale e
sociale
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Se tuttavia questa attitudine si trasforma in un’abituale mancanza di ricettività e apertura, un atteggiamento egotistico positivo può evolversi in
negativo. La persona produrrà un atteggiamento cronico ed irrigidito di chiusura al mondo esterno con perdita della funzione Io, della possibilità cioè di discriminare gli stimoli ed attuare
le scelte più idonee.
Egotismo nell’Incontro di Counseling
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Il Cliente ha la tendenza a parlare in modo eccessivo di sé senza consapevolezza della presenza dell’ambiente; inoltre presenta delirio di
onnipotenza.
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L’Egotismo può essere anche l’effetto specifico di un percorso di Counseling al suo esordio, in cui il cliente vive una fase di egocentrismo sviluppatasi in
seguito all’interessamento a se stesso. Dice: “ora mi autorizzo, mi sono reso conto che facevo..., ora non lascio più…ecc.
Suggerimenti per il Counselor:
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Se si riscontra nella vita del cliente un’abituale mancanza di ricettività ed apertura tale da compromettere un funzionale contatto con l’ambiente e la
relativa soddisfazione dei bisogni del soggetto, è necessario sostenere il processo di consapevolezza che rimandi ai vissuti in cui il cliente scelse, seppure ad un livello inconsapevole, di
difendersi disperatamente e sistematicamente da ogni elemento del mondo esterno e farlo confrontare con la non-attualità della stessa situazione.
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Se invece la fase Egotica si manifesta durante la consulenza, si tenga presente che una fase di recupero narcisista sembra necessaria durante la consulenza
affinché il cliente si faccia carico di se stesso e conquisti l’autosufficienza.
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L’Egotismo risulta spesso un passaggio obbligato e come tale deliberatamente provvisoriamente coltivato dal Counselor. La consulenza non si può ritenere
conclusa fino a che questi aiuti provvisori non siano rimossi ed il cliente non si compiaccia più di un eccessivo atteggiamento di indipendenza, ma raggiunga quella interdipendenza matura
intesa come relazione sana con l’ambiente sociale e cosmico.
La Deflessione
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Manovra per distogliersi dal contatto diretto. E’ un modo di togliere il calore al contatto attuale. La persona di fronte al rapporto con l'altro esterno a
sé lo evita distraendosi, parlando di altro, distogliendosi dal qui ed ora. L’individuo non è in reale contatto con l'ambiente.
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Polster descrive la deflessione come un modo per diminuire l'intensità dello stimolo esterno, una tecnica che l’individuo utilizza per smorzare l’intensità
dell’impatto del contatto.
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A volte la deflessione è un utile meccanismo di difesa, quando non è un meccanismo automatico nevrotico, ma un’azione deliberata con lo scopo di proteggersi
dall’invasione di ciò che diventa negativo. Inoltre questo meccanismo è utile in generale quando ci si trova in situazioni troppo noiose e non si vuole essere “troppo diretti e
respingenti”
Deflessione nell’Incontro di Counseling
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Usando la deflessione si tende a essere un po’ a distanza, generalizzanti ed ad entrare poco in merito della sostanza delle cose.
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Quando si è in deflessione, si tende a non guardare direttamente la persona con cui si parla, a parlare “su” piuttosto che parlare “a”, a spostare gli
occhi mentre si guarda o si è guardati, cambiando la posizione del corpo.
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Chi deflette evita di manifestare i propri sentimenti e tende semmai a cambiare argomento o a prendere tempo spostandosi su qualcos'altro se chiamato in
causa; inoltre va spesso sul piano astratto, intellettuale, usando un linguaggio diplomatico e stereotipato; gira la frittata e non lo si prende mai, è una specie di scimmia che salta di cosa
in cosa. Evita un po’, ma non del tutto come per esempio accade nel caso della retroflessione, di stare in contatto con le situazioni; ha piuttosto la caratteristica di starci ma non di
esserci del tutto.
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Le sue relazioni sono superficiali e si sposta da una cosa all'altra senza fermarsi su ciò che vede o sente. Banalizza l’importanza di ciò che si è appena
detto
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Spesso è un tipo molto loquace, verbale, però quando si arriva un po’ al sodo è già andato via.
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• A volte parla troppo o ride su tutto ciò che dice. Freud chiamava questo aspetto del meccanismo di difesa “Catarsi faceta”, che significa che si stempera
la serietà di una richiesta ridendoci sopra, non prendendola troppo sul serio.
Suggerimenti per il Counselor
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Stimolare dialogo diretto, rispecchiare postura e commentare.
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Richiedere attenzione a sé e all'altro.
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Focalizzazione, uso di un linguaggio semplice.
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Far verificare la sproporzione fra l'energia impiegata e l'obiettivo da raggiungere. Usare una frase del tipo “Sento molte parole e mi descrivi molti
fatti, ma non sento emozioni…”.
La Proflessione
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La professione è un misto di proiezione e retroflessione: quando un'azione diretta verso un soggetto è esercitata su un altro soggetto (ce l'ho con il capo
e sgrido mio figlio) oppure manovra in cui qualcuno fa ad un’altra persona qualcosa che vorrebbe gli fosse fatto.
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Sono frequenti le deviazioni dal qui e ora; l’uso del futuro e del passato. Qualora la realtà presente sia fonte di conflitto, la persona evita di essere in
contatto con essa, mettendo in atto tentativi di interrompere il contatto si proietta nel futuro, racconta scene del passato o parla di situazioni estranee a quello che sta vivendo.
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Un altro modo per fuggire dal presente consiste nel non rapportarsi direttamente all'altro che interagisce con noi.
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Caratteristica della proflessione è il pettegolezzo, cioè il parlare intorno a persone assenti oppure il parlare non direttamente con quelle presenti,
evitando il contatto, sia con ciò che è presente sia con gli altri, interrompendo l'esperienza dello stare insieme. Il cliente, specialmente in gruppo, usa parlare di una persona senza
rivolgersi a lei direttamente.
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Un tipico modo di vivere infelici è vivere se stessi come impotenti di fronte alle vicissitudini della vita: l’'individuo non riconosce più il suo potere e
si rende dipendente. Egli utilizza spesso frasi tipo “non posso, non sono capace di, mi capita, mi fa sentire, non ho alternative”.
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Avviene così che la persona non si riconosce la propria responsabilità e intenzionalità, e il suo modo di vivere è visto come ineluttabile. Ogni potere o
responsabilità è alienato da sé stessi e trasferito sull'ambiente.
Suggerimenti per il Counselor
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Il Counselor deve invitare il cliente a chiarire, specificare la situazione, parlando in prima persona, al presente, prendendo contatto con la propria
responsabilità. Egli è protagonista della sua storia. Può essere utile invitarlo a sostituire “non posso” con "non voglio" o "mi impedisco di".