Il linguaggio è lo strumento attraverso il quale il bambino sviluppa, entro il primo anno di vita, i suoi processi di conoscenza e i suoi rapporti con l’ambiente. La capacità di utilizzare il linguaggio dipende dallo sviluppo degli organi della fonazione e dallo sviluppo cognitivo.
Il progressivo sviluppo della competenza comunicativa ha le sue origini sia nella capacità innata di discriminare i suoni e di prestare attenzione agli stimoli che provengono dall’ambiente, sia nei mutui scambi prelinguistici che si svolgono tra madre e bambino.
Alla nascita i primi suoni (vocalizzazioni) si presentano sotto forma di grida e di pianto e sono legati a stati vegetativi di fame, dolore, ecc; verso i 2 mesi il bambino emette dei suoni che somigliano al verso del tubare, iniziando così a usare i fonemi (vocali e consonanti). La voce diventa una fonte di gioco per il bambino, che la usa e la modula fino a reduplicare i monosillabi (lallazione: ma-ma, pa-pa) mentre manipola gli oggetti o esplora il mondo circostante.
A 6 mesi il bambino produce solo i suoni contenuti nel linguaggio che ascolta.
Verso i 9 mesi il balbettio non viene più usato esclusivamente per produrre suoni causali ma per comunicare (es. chiedere un oggetto).
Intorno al primo anno di vita il bambino produce la sua prima parola.
Le prime espressioni sono composte da due o più morfemi (es. bau-bau, qua-qua,…). Le espressioni formate da una sola frase sono dette olofrasi, poiché hanno il valore di un’intera frase. Le parole pronunciate in questo stadio sono un mezzo per intraprendere delle interazioni sociali più che tentativi di costruire un vocabolario complesso (es. ciao).
Intorno ai 18 mesi il repertorio lessicale è di circa 40-50 parole. Il vocabolario passivo (parole che i bambini comprendono ma non sono in grado di comunicare) è invece molto più vasto.
Lo sviluppo semantico, cioè l’apprendimento del significato delle parole, è collegato allo sviluppo cognitivo e procede dal concreto all’astratto.
Nel corso dello sviluppo è possibile che i bambini sovraestendano i significati di nuove parole o che sottoestendano i significati delle parole che sono riferite a cose di loro proprietà.
Il bambino, per comprendere il significato di una parola, deve dapprima crearsi delle categorie cognitive in cui siano chiare le caratteristiche distintive comuni a più oggetti.
Queste categorie vengono costruite sulla base dell’esperienza: i genitori e gli altri adulti significativi adottano un linguaggio particolare con il bambino e tendono a nominare gli oggetti che indicano o prendono. Il bambino impara ad associare il significato che l’adulto dà all’oggetto con il nome (imitazione). Intorno ai 18 mesi, egli è in grado di creare frasi mediante la combinazione di due
parole (linguaggio telegrafico); il numero di parole sale a 300, aumentano i verbi, gli aggettivi e le parole con funzione di predicati.
Verso la fine del secondo anno i bambini sono consapevoli dei significati in modo molto dettagliato e possiedono già alcune conoscenze sulle regole pragmatiche che consentono di rendere
efficaci i propri messaggi.
Successivamente, oltre ad imparare nuove parole, incrementando quindi la lunghezza media di espressione, i bambini apprendono le regole inerenti l’ordine di composizione delle parole.
Verso i due anni e mezzo si presenta una fase di sovrageneralizzazione delle regole grammaticali (es. facete).
Dai tre anni imparano una serie di regole morfologiche piuttosto difficili: maschile e femminile, singolare e plurale, coniugazione dei verbi, …, anche se il sistema degli articoli non risulta completamente padroneggiato.
Alle soglie dei 4 anni la lunghezza degli enunciati è di circa 3-4 parole con un vocabolario di circa 1800 parole. Oltre che per quantità, il lessico si arricchisce anche per contenuti. Intorno ai 6 anni il bambino è in grado di comporre frasi articolate, con più periodi, e di utilizzare un lessico simile a quello adulto.
Dall’età prescolare ai 7-8 anni cresce nettamente la capacità dei bambini di prendere in considerazione le sequenze temporali e i rapporti causa-effetto che legano tra loro le diverse parti di una narrazione. Cresce anche la capacità di rilevare le eventuali incongruenze, soprattutto quando il materiale trattato è familiare al bambino.
Acquisizione e sviluppo del linguaggio
Il linguaggio è un sistema di suoni dotati di significato, che possono combinarsi tra loro per costruire significati più complessi.
E’ un sistema altamente produttivo che, a partire da un numero finito di suoni e di regole di combinazione, può produrre un numero infinito di enunciati, di frasi e di discorsi. Il linguaggio è un sistema costituito da un insieme di sottosistemi, ognuno dei quali è composto da un numero finito di elementi e da un insieme di regole di combinazione degli elementi fra loro.
I principali sottosistemi sono :
L’acquisizione del linguaggio implica il padroneggiamento di tutte queste dimensioni, ognuna delle quali segue percorsi e regole proprie.
Lo sviluppo fonologico
Tutte le lingue sono costituite da un certo numero di fonemi e cioè di suoni elementari; nella lingua italiana sono una trentina (vocali e consonanti dell’alfabeto).
Lo sviluppo fonologico riguarda il modo in cui il bambino impara a controllare l’apparato fonatorio per pronunciare i suoni della lingua madre.
Nel primo mese di vita l’unico suono prodotto è il pianto.
Lo sviluppo fonologico comincia attorno ai due mesi quando compaiono le vocalizzazioni, e cioè dei suoni vocalici prodotti per il piacere di esercitarsi e di ascoltarsi. Attorno ai sei - sette mesi compaiono le lallazioni, sequenze di sillabe (ma, ta, pa) che assomigliano alla lingua madre più delle vocalizzazioni del periodo precedente.
Verso i dieci - dodici mesi le sequenze sillabiche diventano più lunghe e varie e cominciano a venir prodotte le parole della lingua madre. Sempre verso questa età compaiono schemi d’intonazione, quella ascendente o interrogativa, e quella discendente o di commento.
All’inizio della produzione verbale sono numerosi gli errori che deformano in modo piuttosto semantico la veste sonora delle parole.
La comunicazione prelinguistica
Lo sviluppo ontogenetico avviene fin dall’inizio all’interno di un sistema altamente organizzato di interazioni sociali e di scambi comunicativi. L’acquisizione del linguaggio si realizza all’interno di tale sistema.
Una delle forme più significative di tale preadattamento è la preferenza per la configurazione del volto umano, e la tendenza a sorridere a esso piuttosto che a una maschera che contenga gli stessi elementi del volto umano, ma disposti a casaccio.
Un preadattamento biologico molto importante per l’acquisizione del linguaggio e per la comunicazione sociale consiste nella capacità di discriminare tra suoni linguistici e suoni non linguistici.
A sei mesi la capacità discriminativa riguarda anche contrasti fonetici che non sono specifici della lingua madre, ma tra gli otto e i dodici mesi le capacità discriminative dei suoni si specificano in funzione della lingua della propria comunità.
Gli studi sulla comunicazione prelinguistica hanno dimostrato che la diade madre - bambino è fin dall’inizio un sistema organizzato, in cui si realizzano strutture precomunicative essenziali allo sviluppo dei successivi processi comunicativi.
Fin dalle prime settimane di vita, infatti, si manifesta una precisa coordinazione tra lo stato del bambino e l’attività della madre. Il bambino, a sua volta, dispone fin dalla nascita di mezzi per comunicare con chi si prende cura di lui, come il pianto, il sorriso, i gesti e lo sguardo.
Nei primi mesi di vita il pianto e il sorriso non vengono messi in atto intenzionalmente per comunicare all’adulto il proprio stato di benessere o malessere, ma hanno comunque l’effetto di richiamare l’attenzione dell’adulto e di segnalare lo stato del bambino. Una delle acquisizioni più importanti del primo anno di vita consiste nella scoperta che questi comportamenti possono servire per comunicare qualcosa che riguarda se stessi. Nel processo che porta a questa scoperta sono rilevanti due aspetti: il passaggio dalla comunicazione non intenzionale alla comunicazione intenzionale e il passaggio dall’intersoggettività primaria all’intersoggettività secondaria.
La prima forma di intersoggettività si manifesta attorno alla metà del primo anno di vita e consiste in interazioni faccia a faccia sostenute semplicemente dal piacere del contatto con l’altro.
Tali interazioni presentano già la struttura classica del dialogo verbale (protoconversazioni).
Fin verso gli otto mesi l’interesse del bambino è focalizzato ora sull’intenzione con l’adulto, ora su oggetti del mondo fisico, ma mai su entrambi.
L’intersoggettività secondaria è pienamente stabilita attorno ai dieci - dodici mesi, quando si precisano situazioni interattive in cui il bambino si rivolge all’adulto con vocalizzi mentre indica un oggetto e guarda alternativamente l’adulto e l’oggetto, segnalando così il suo desiderio di ottenerlo.
Le due forme di intersoggettività secondaria, rivolgersi all’adulto per ottenere qualcosa o per fare un commento su qualcosa, sono state messe in evidenza anche dalla ricerca di Camaioni, Volterra e Bates. Queste autrici hanno concluso che quando l’adulto viene usato come mezzo per ottenere un oggetto, oppure perché faccia qualcosa, il bambino manifesta una comunicazione di tipo richiestivo.
Quando, invece, il bambino vuole che l’adulto porti la sua attenzione su un certo oggetto o evento, si realizza una comunicazione di tipo dichiarativo.
Queste due strutture comunicative sono caratterizzate da intenzionalità. L’intenzionalità può essere definita come la consapevolezza di uno scopo, la capacità di formulare un piano per raggiungerlo, persistere nel perseguimento, ed eventualmente sviluppare piani alternativi.
Perché si possa parlare di vera e propria intenzionalità comunicativa è necessario che il bambino concepisca l’adulto come un agente a sua volta dotato di intenzionalità, il cui comportamento può essere modificato attraverso particolari segnali comunicativi.
Questa comprensione si manifesta appieno con la comparsa delle due strutture comunicative della richiesta e della dichiarazione, alla fine del primo anno.
La capacità di comunicare con gli altri, vale a dire l’uso intenzionale di segnali comunicativi, poggia su un’acquisizione cognitiva, cioè sulla differenziazione tra mezzi e fini.
Ciò significa che l’intenzionalità comunicativa è un fenomeno che matura all’interno di un fenomeno più generale, consistente nello sviluppo delle capacità di perseguire degli scopi e di differenziarli dai mezzi adatti a raggiungerli.
Il ruolo dell’adulto: dalla fase prelinguistica ai primi atti linguistici
Per spiegare come il bambino passi da una forma di comunicazione prelinguistica a una comunicazione linguistica non bastano il preadattamento sociale e i prerequisiti cognitivi, ma è necessario considerare anche il ruolo dell’adulto e delle situazioni sociali e comunicative che egli costruisce con il bambino.
Ben prima che si manifesti nel bambino intenzionalità comunicativa, l’adulto reagisce ai suoi segnali come se fossero intenzionali.
Le risposte dell’adulto hanno la funzione di costruire delle situazioni che il bambino può riconoscere come significative e familiari e di riempire di significati condivisi gli scambi interattivi.
Sulla base di queste situazioni può avvenire la scoperta del principio che gli atti comunicativi di un partecipante sono regolati sugli atti comunicativi dell’altro.
Le regole fondamentali sono che i turni dei due contribuiscono a creare lo scambio interattivo e che il ruolo dei partecipanti è complementare: se il bambino mostra un oggetto la madre, lo nomina; se la madre indica un oggetto, il bambino lo guarda e così via.
Negli scambi con il bambino, l’adulto privilegia la modalità verbale: usa il linguaggio per commentare l’attività in corso e per denominare gli oggetti e gli eventi significativi che si verificano nel contesto dell’interazione.
L’aspetto rilevante di questi scambi, un aspetto sul quale c’è un continuo monitoraggio da parte dell’adulto, è il fatto che il bambino condivida con lui il focus dell’attenzione.
Il bambino impara a usare il linguaggio grazie al ripetersi di situazioni familiari e stereotipate in cui egli ha modo di sperimentare alcuni ruoli fissi.
In questi contesti ritualizzati il linguaggio dell’adulto si inserisce per segmentare il flusso continuo dell’attività del bambino e delle sue esperienze mediante marcatori verbali appropriati alla situazione.
Bruner considera i commenti verbali dell’adulto come dei segnaposto, delle forme verbali legate a situazioni altamente predicibili, che generalmente servono a codificare i ruoli degli elementi salienti della situazione. Il linguaggio degli adulti può essere considerato uno dei fattori che aiutano il bambino a passare alla comunicazione linguistica, in quanto riempie di contenuti verbali i contesti interattivi familiari: il bambino può conoscere le parole e riconoscere il significato, attraverso l’individuazione dei contesti d’uso.
Le prime parole appaiono in questi contesti d’interazione ritualizzati e familiari: il bambino impara a fare con le parole ciò che era già capace di fare senza parole.
Il contesto di produzione è costituito dall’ambiente non linguistico e dalle strutture comunicative, (gesti, sguardo, vocalizzazioni).
Una caratteristica dello sviluppo del linguaggio – e dello sviluppo generale dell’individuo - è la progressiva decontestualizzazione di acquisizioni che all’inizio sono vincolate ai contesti in cui sono state apprese. Quando avviene la decontastualizzazione la stessa etichetta linguistica può essere usata per esprimere significati diversi.
La risposta dell’adulto consiste nell’interpretare queste espressioni e nell’espanderle, cioè nel produrre un’intera frase che esplicita le relazioni tra l’elemento codificato dal bambino e gli altri elementi rilevanti. Questo passaggio è cruciale per far capire al bambino che è possibile usare anche più di una parola per descrivere una certa situazione o per fare una richiesta.
La situazione tipica è che il bambino dapprima tende a condividere con l’adulto un elemento della situazione, e solo quando questo sia entrato a far parte del contesto condiviso, allora passa alla codifica di un’informazione nuova.
Da questo momento lo studio dell’acquisizione del linguaggio prende due direzioni: lo sviluppo del lessico e lo sviluppo della grammatica.
Lo sviluppo grammaticale
Tutto il processo di acquisizione del linguaggio è caratterizzato da un gap tra comprensione e produzione, che consiste nel fatto che il bambino è in grado di comprendere forme linguistiche che non è ancora capace di produrre e che padroneggerà solo in un momento successivo.
Lo sviluppo grammaticale è determinato da un insieme di fattori che rimandano:
La linguistica e la psicolinguistica considerano di estremo interesse lo sviluppo grammaticale, la prima con l’obiettivo di individuare le regole che consentono di generare espressioni linguistiche nuove, la seconda con lo scopo di individuare le basi psicologiche della conoscenza e dell’uso di tali regole.
Chomsky ritiene che l’acquisizione del linguaggio non sia un processo di tipo induttivo, né che avvenga per imitazione degli stimoli linguistici a disposizione nell’ambiente.
Gli argomenti a sostegno di questa tesi sono diversi: gli adulti non usano tutta la loro competenza linguistica quando parlano con i bambini e dunque spesso i bambini ascoltano frasi scorrette e incomplete; il bambino è in grado di comprendere espressioni nuove mai udite in precedenza; il linguaggio parlato dai bambini piccoli è diverso da quello che gli adulti rivolgono loro.
Si pensa piuttosto che esista una programmazione biologica per l’acquisizione del linguaggio, una specie di meccanismo innato.
Tale meccanismo, denominato LAD (Language Acquisition Device), può essere considerato una proprietà del cervello umano di essere adatto all’apprendimento del linguaggio. Il LAD consente di estrarre dall’input linguistico le regole della grammatica della lingua. All’inizio le regole che il bambino estrae sono imprecise e povere.
Progressivamente questo sistema di regole si arricchisce fino a rispecchiare l’effettiva struttura della lingua.
Non tutto è innato e infatti il bambino deve imparare dagli adulti i suoni della propria lingua, le parole, le effettive realizzazioni morfosintattiche, che differiscono tra una lingua e l’altra; tuttavia, la struttura profonda delle diverse lingue, cioè la loro grammatica, presenta delle notevoli somiglianze strutturali in quanto le variazioni tra le lingue sono contenute entro limiti molto ristretti.
A partire da quando produce sequenze di almeno due parole, il bambino applica qualche tipo di regola grammaticale, ancora piuttosto lontana da quella padroneggiata dagli adulti.
Ciò avviene intorno ai diciotto mesi, quando i bambini dispongono di un dizionario di una cinquantina di parole. Viceversa, fino a quando il bambino comunica linguisticamente attraverso espressioni di una sola parola, c’è assenza di struttura grammaticale; queste espressioni sono denominate olofrasi, perché una parola da sola condensa il significato di un’intera frase.
Gli enunciati di due parole sono governati da una forma rudimentale di grammatica sulla cui natura sono state proposte ipotesi diverse:
Con lo sviluppo le frasi diventano sempre più lunghe. Parallelamente allo sviluppo della capacità di costruire frasi sempre più complete e più complesse, avviene l’evoluzione di un altro aspetto della grammatica, cioè lo sviluppo morfologico.
La morfologia riguarda le flessioni della lingua che servono a creare l’accordo tra gli elementi della frase. Lo sviluppo morfologico, che richiede molto tempo e si estende fino ai primi anni della scuola elementare, comincia nel terzo anno di vita, poiché prima dei due anni e mezzo le espressioni sono prive di morfologia. Le prime forme che si manifestano sono l’accordo soggetto - verbo, dapprima nelle forme singolari e in seguito in quelle plurali.
Lo sviluppo grammaticale consente di espandere enormemente le possibilità comunicative rispetto alle espressioni di una sola parola, o addirittura alla comunicazione prelinguistica.
Rispetto alle due strutture prelinguistiche della richiesta e della dichiarazione, il bambino ora può esplicitare richieste di oggetti, di azioni, ma soprattutto di informazioni.
Lo sviluppo di questa funzione del linguaggio consente al bambino di ottenere una quantità enorme di informazioni sul mondo, e questo costituisce un fattore importante per lo sviluppo delle conoscenze.
Lo sviluppo lessicale
Il lessico è il vocabolario di una lingua, l’insieme delle parole che si riferiscono a porzioni della realtà, ad azioni, emozioni, sentimenti. La possibilità di usare il linguaggio per designare oggetti, eventi, luoghi, azioni, emozioni, si definisce referenzialità.
Uno degli aspetti fondamentali dell’acquisizione del linguaggio consiste nello scoprire a quale aspetto della realtà una parola si riferisca.
All’inizio dello sviluppo lessicale le parole denotano solo entità concrete con le quali il bambino ha interagito ripetutamente e che gli sono famigliari (le persone vicine al bambino, i nomi degli oggetti preferiti). I verbi sono poco frequenti nel primo vocabolario e le azioni vengono espresse attraverso i sostantivi (nanna al posto di dormire).
La caratteristica di queste prime parole è di venir pronunciate solo in contesti molto familiari. Questo accade perché nelle prime fasi dello sviluppo lessicale le parole non sono segni astratti, ma elementi concreti e hanno lo stesso statuto delle cose e delle azioni materiali.
Gradualmente la parola si stacca dal contesto originario in cui è stata appresa: comincia ad acquisire una funzione referenziale e cioè a riferirsi a una classe di oggetti o di eventi; ciò avviene attorno ai diciotto mesi.
L’acquisizione del vocabolario continua per tutto il periodo prescolare con una notevole rapidità: è stata fatta una stima secondo la quale il bambino a due anni e mezzo ha un vocabolario di circa seicento parole e all’ingresso a scuola possiede un vocabolario di oltre diecimila vocaboli.
La possibilità di imparare a parlare rapidamente, e commettendo un numero esiguo di errori, si basa sul fatto che le ipotesi che il bambino fa circa il significato di una parola sono limitate, il che facilita l’apprendimento della relazione tra suono e significato.
Il bambino, così, fin da molto piccolo, in modo del tutto spontaneo e inconsapevole elimina, o non prende in considerazione, alcune possibilità e si focalizza su altre. Alcune assunzioni, in modo non consapevole, guidano il bambino nell’individuazione del referente dei nomi:
Lo sviluppo cognitivo.
Il linguaggio non è una facoltà autonoma e separata dalle altre facoltà psichiche, quindi il suo sviluppo non avviene in modo indipendente dallo sviluppo di altre facoltà mentali.
Per esempio, i diciotto mesi segnano una svolta sia per lo sviluppo del linguaggio sia per lo sviluppo cognitivo: è il momento in cui si verifica un importante cambiamento qualitativo nell’organizzazione psicologica del bambino in quanto egli abbandona l’intelligenza puramente sensomotoria per costruire un’intelligenza di tipo rappresentativo.
Piaget sostiene la sostanziale dipendenza dello sviluppo del linguaggio dallo sviluppo mentale, basandosi sull’idea che lo sviluppo cognitivo costituisce la base per lo sviluppo linguistico (ed è in grado di spiegarla in quanto esiste una relazione causale tra il primo e il secondo), e sull’idea che il linguaggio è nient’altro che una fra le attività che caratterizzano la capacità simbolica, ovvero che il linguaggio si inserisce in un ambito di acquisizioni che è assai più ampio.
Vygotskij sostiene che il linguaggio non è solo uno strumento di comunicazione, ma anche uno strumento cognitivo, che consente la genesi delle funzioni psichiche superiori, come il pensiero, la categorizzazione, il ragionamento, la memoria volontaria, e la cui origine va ricercata nell’interazione sociale.
L’idea di un rapporto unidirezionale, come se una funzione dominasse l’altra, viene oggi superata in quanto vengono postulate relazioni specifiche tra particolari abilità cognitive e particolari abilità linguistiche, fermo restando un condizionamento dello sviluppo cognitivo sullo sviluppo linguistico, in quanto le strutture linguistiche che vengono apprese non possono esorbitare la capacità cognitiva che le implicano.
Mentre nelle prime fasi di acquisizione, il linguaggio è influenzato dalla cognizione, nel corso dello sviluppo tale relazione tende a variare e progressivamente il rapporto tra linguaggio e cognizione si rovescia.
In età scolare la cognizione è sempre influenzata dal linguaggio, che diventa un potente strumento per acquisire conoscenze nuove e per risolvere problemi di natura cognitiva.
Lo sviluppo del sistema semantico.
Il sistema semantico, cioè il sistema che comprende l’insieme dei significati della lingua, è caratterizzato da reti o strutture in cui ciascun significato è connesso ad altri per mezzo di varie relazioni, in particolare di somiglianza, di differenza, e di tipo tassonomico e gerarchico.
Secondo la teoria di K. Nelson il sistema semantico è costituito da diverse fasi.
1. fase delle categorizzazioni percettive
Consiste nella capacità di cogliere somiglianze e differenze tra oggetti, volti, suoni. Si basa su una tendenza innata della cognizione umana a segregare il flusso continuo dell’esperienza, discriminando tra ciò che è simile e ciò che non lo è. Su questa tendenza innata si innesca l’esperienza, grazie alla quale il bambino impara a discriminare tra oggetti diversi.
2. fase dello script
Il termine Script significa copione o sceneggiatura. In questo caso si riferisce a una forma di conoscenza degli eventi, cioè a una rappresentazione astratta, condivisa dai membri di una certa cultura, che riguarda sequenze di azioni governate da uno scopo, che si ripetono con regolarità. I primi script sono quelli relativi alle attività ripetitive che coinvolgono il bambino come soggetto attivo, come il momento del pasto, il momento del bagnetto, l’andare a dormire, etc. Si tratta di una conoscenza che non si riferisce a una sola esperienza, ma a un insieme di esperienze ripetute; serve al bambino a comprendere le situazioni nelle quali è coinvolto, a prevedere ciò che sta accadendo e a modulare il proprio comportamento su quelli degli altri.
3. formazione del concetto
In questa fase gli elementi costitutivi dell’evento vengono concetualizzati di per sé, si separano dalla rappresentazione globale e cominciano a diventare dei concetti manipolabili mentalmente.
Questo processo di concetualizzazione non si verifica tutto in un solo momento. All’inizio, l’oggetto continua a venir definito principalmente attraverso le qualità che il bambino ha sperimentato, cioè le proprietà dinamiche e funzionali. Progressivamente, vengono individuate le proprietà fisico – geometriche che definiscono gli oggetti e permettono di identificare esemplari nuovi.
4. dai concetti al sistema semantico.
In questa fase il bambino organizza la realtà sulla base di relazioni di tipo tematico: le cose hanno relazione tra loro, perché appartengono allo stessa tema. Il primo passo consiste nell’individuazione di relazioni di tipo orizzontale, cioè di relazioni di somiglianza e differenza tra concetti dello stesso livello di astrazione.
L’organizzazione gerarchica tipica del sistema semantico è caratterizzata in particolare da relazioni di superordinazione: concetti come cane e gatto vengono categorizzati come concetti quali animale o mammifero.
Il Linguaggio dell’adulto.
Gli adulti, per comunicare con i bambini tra i dodici e i trentasei mesi d’età, si adeguano alle loro capacità di comprensione linguistica e adottano, in modo non consapevole, in linguaggio con caratteristiche tipiche, tanto che si parla di Linguaggio Maternense; esso si differenzia dal linguaggio usato nelle conversazioni tra adulti per diversi aspetti.
Dal punto di vista dell’intonazione, si è osservato che per attivare l’attenzione del bambino viene usato un timbro di voce più alto e dai contorni esagerati.
Il fenomeno della semplificazione del linguaggio non appare prima dei dieci mesi d’età, forse perché i genitori pensano che a quell’età il bambino non sia in grado di comprendere e non tragga beneficio dalla semplificazione. I genitori adeguano il loro linguaggio alle abilità di comprensione del bambino, più che alla sua effettiva produzione linguistica, e se questi si mostra distratto o incapace di rispondere appropriatamente, l’adulto tende a semplificare.
Con l’aumento delle capacità linguistiche del bambino, il linguaggio dell’adulto diventa via via più complesso: se la semplificazione aiuta nello stadio dell’olofrase, quando il bambino deve imparare il vocabolario di base ed esprimere forme semplici, una maggiore complessità è utile in stadi successivi, quando il bambino deve acquisire regole morfologiche e sintattiche.
La contingenza semantica consiste nel fatto che le madri parlano di ciò che è percettivamente presente e saliente: gli oggetti che il bambino sta manipolando, le azioni che sta compiendo. L’ambito semantico è molto ristretto, si hanno concetti come “che cosa è una certa cosa, che rumore fa, di che colore è, di chi è”. Solo con un bambino che padroneggia bene il linguaggio, verso la fine del quarto anno, si può parlare di eventi passati e di progetti futuri o di storie che non abbiano un referente attuale concreto, dei casi di necessità, di probabilità o possibilità.
La relazione che esiste è molto simmetrica: il bambino, che non può capire l’adulto perché non ne possiede il linguaggio, deve interpretare le espressioni adulte allo stesso modo in cui l’adulto cerca di comprendere le intenzioni comunicative del bambino.
Il linguaggio adulto si inserisce in scambi comunicativi con cui il bambino partecipa attivamente, anzi è il bambino che dirige la conversazione, mentre l’adulto si adatta ai suoi interessi.
Buona parte del linguaggio adulto consiste in espansioni e cioè espressioni complete e corrette dei significati che il bambino aveva espresso con brevi espressioni di poche parole: in questo modo vengono fornite al bambino informazioni sulla realizzazione completa delle loro intenzioni comunicative.
Il lessico sembra essere uno degli aspetti influenzati in modo più massiccio dai fattori ambientali: i bambini con linguaggio referenziale, cioè che apprendono preferibilmente e precocemente il nome degli oggetti, sono quelli le cui madri usano più frasi che descrivono la realtà esterna; viceversa, i bambini con linguaggio espressivo, che imparano più parole esprimenti stati affettivi e relazioni sociali, sono quelli le cui madri usano più frasi prescrittive, cioè enfatizzano le aspettative che gli altri hanno riguardo al comportamento del bambino.
Lo sviluppo della sintassi invece sembra essere più influenzato da fattori biologici innati.