L' Ascolto Attivo, la sospensione di giudizio, l'accettazione incondizionata

Definizione di ascolto

L’ascolto è parte fondamentale nella relazione umana.

Tra i bisogni relazionali dell’essere umano un posto importante è occupato dalla capacità di ascoltare e dalla necessità di essere ascoltati. Senza l’ascolto non vi può essere relazione.

 

Eppure, quasi paradossalmente, come mai qualcosa di così importante e basilare sembra essere così difficile?

Quante volte ci sentiamo non ascoltati?

E quante volte ci viene detto che non ascoltiamo?

Che crediamo di avere compreso e invece non siamo riusciti?

Esiste un modo per “saper ascoltare nel modo giusto” e “farsi ascoltare nel modo giusto”?

 

Nell’ascolto entrano in gioco diversi fattori che esamineremo successivamente ma, prima di tutto, è importante riuscire a comprendere cosa significa “ascoltare”.

A tale proposito è necessario fare una distinzione fra tre diversi tipi di “ricezione del messaggio”.

Quando qualcuno parla è possibile: Udire / sentire o ascoltare

 

Udire/sentire: percepisco le parole dell’altro.

Sento a livello del senso dell’udito che l’altro sta parlando e magari anche di cosa. Ma non entro in profondità.

Non provo emozioni. Non necessariamente ciò che l’altro sta dicendo mi interessa né tantomeno mi interessa capirlo.

Non mi interessa chi è l’altro, il suo vissuto, cosa sta comunicando. Capisco il contenuto a livello cognitivo logico e mentale. Seguo il suo discorso. Ho interesse per ciò che sta dicendo ma non per la persona che lo sta dicendo. Mi può interessare il contenuto (l’argomento) ma non il contenitore (la persona che sta parlando).

Il discorso (il contenuto) può farmi provare emozioni e far nascere riflessioni.

 

Ascoltare : oltre a capire a livello cognitivo le parole dell’altro, a essere interessato all’argomento, non è solo il racconto dell’altro a farmi provare emozioni ma è proprio l’altro.

Sono interessato all’altro (sia al contenuto sia al contenitore), al suo vissuto, a ciò che ha da dire indipendentemente da ciò che sta dicendo e da come lo sta dicendo.

Il detto e chi lo dice diventano una cosa sola, inseparabile. Entro in empatia con l’altro. Percepisco le sue emozioni.

Colgo anche il non detto. Vado oltre.

Incontro il vissuto dell’altro con il mio vissuto in uno spazio di contatto.

Entro in risonanza con l’altro. Mi specchio nell’altro.

Riconosco il suo sentire perché appartiene anche a me.

Al di là delle parole. Riconosco il bisogno dell’altro.

 

Autoascolto: quante volte nella vita ci è capitato di fare delle scelte, magari anche difficili e a posteriori condividere con qualcuno che quelle scelte le abbiamo fatte in un momento in cui ci siamo ascoltati. “quella volta mi sono proprio ascoltato ed ho fatto la scelta giusta”.

Abbiamo cioè individuato nell’essenza il bisogno di quel momento, la necessità. Ci siamo ascoltati e rispettati.

 

Cosa rende difficile l’ ascolto, quali sono i fattori disturbanti che entrano in gioco?

Ognuno codifica e interpreta gli stimoli esterni in modo diverso

La modalità con cui ci relazioniamo con noi stessi e gli altri, la tipologia delle dinamiche che sviluppiamo nel corso della nostra vita, il tipo di risposta che diamo agli eventi interni ed esterni dipendono da molti e diversi fattori.

 

Già dai primi mesi, se non giorni di vita, ognuno di noi costruisce la sua modalità di codificare e interpretare i segnali e stimoli che arrivano dall’esterno e di conseguenza sviluppa una sua specifica e peculiare capacità di risposta a tali eventi a seconda di come questi vengono appunto da lui interpretati e codificati.

Il rumore di una porta che si chiude o si apre, il sapore del latte della propria madre, la voce di nostro padre, il suono di un

carillon, il buio, sono alcuni esempi di quanto già dai primi giorni della nostra vita siamo sollecitati a informazioni che provengono dall’esterno e che stimolano continuamente le nostre capacità sensoriali, le nostre emozioni.

 

 

La risposta che viene data a questi eventi si differenzia da individuo a individuo e si configura nell’interpretazione che ogni singolo individuo dà allo stesso segnale proveniente dall’esterno e dal tipo di controllo valutativo dello stimolo che la persona preferibilmente mette in atto:

  • controllo
  • attivazione
  • emozionalità

Di fronte ad una narrazione c’è chi coglie l’aspetto emotivo, chi invece sentirà l’impulso a fare o dire immediatamente qualcosa, chi invece cercherà di indagare maggiormente, di capire di più.

 

Secondo la Teoria strati dell'Io nel Metodo Ihbes quando nasciamo è già contraddistinto in noi il nostro Sé e contiene la nostra indole.

Il Sé è coinvolto nei propri vissuti e sviluppa di conseguenza gli strati del Carattere e dell'Agency.

Questi strati spesso vanno a definire la parte di facciata esterna che presentiamo al mondo per essere conformi e quindi accettati. In alcuni casi succede che ci si identifichi proprio con questi strati perdendo autenticità ed energia.

L' ascolto è quella modalità che permette la comunicazione tra i Sé e quando questi entrano in intimità, rispetto ad un vissuto, avremo quello che in Gestalt chiamiamo Contatto.

 

Come la mancanza di autenticità compromette l'ascolto e di conseguenza la relazione?

 

Se agiamo l’agency preferiremo il dare perché nell’azione del dare noi ci sentiamo più a posto, più accettati, meno in debito.

Spesso ci sentiamo in difficoltà quando riceviamo perché subito ci sentiamo nella situazione di dover restituire per poter riportare equilibrio.Relazionarsi con gli altri è un continuo scambio reciproco di dare e ricevere.

A volte preferiamo solo dare e non ci permettiamo che gli altri o la vita ci donino qualcosa gratuitamente proprio per questo, per cullare la nostra illusione di sentirci a posto.

Pensiamo che l’altro si aspetti da noi una risposta o parere ci spingiamo subito a dare il nostro punto di vista, a offrire quello che pensiamo l’altro si aspetti. Diamo un parere influenzato per il timore che l’altro possa rimanere deluso.

Dallo spazio dell’Agency, abbiamo difficoltà nel riconoscere, definire e a comunicare all’altro quali sono i confini che delimitano il nostro spazio, e le nostre responsabilità.

Perdiamo così energia in nome della disponibilità e del bisogno di non deludere l’altro.

Non riusciamo a dire di no, perdiamo il contatto con noi stessi, con i nostri bisogni e senza rendercene conto cerchiamo di soddisfare solo i bisogni dell’altro.

 

Se non conosciamo a fondo il nostro Carattere a volte avviene che ciò che ci viene condiviso va a toccare la nostra parte di vissuti non elaborati ed allora la qualità del nostro ascolto è condizionata e caratterizzata dal bisogno di difendere e proteggere i punti di vista cje i vissuti stessi hanno generato.

Siamo nel Carattere e allora reagiamo, ci poniamo in una modalità di ascolto difensiva.

Da questo spazio tenderemo a dare consigli a dire cosa è giusto o sbagliato.

Subentra il rischio di togliere valore a ciò che l’altro porta facendo confronti con i nostri vissuti.

Se il nostro ascolto risente dei nostri giudizi o pregiudizi nei confronti della persona o della situazione presentata esso è compromesso.

Sentiamo forte il bisogno di essere all’altezza rischiando, di prendere a prestito delle verità di cui non abbiamo esperienza diretta, ma con le quali ci illudiamo di essere ritenuti competenti.

 

Riassumendo

Bisogno di compiacere, condizionamenti, pregiudizi, necessità di veder riconosciuto il ruolo che riteniamo di avere, bisogno di farci accettare, di avere delle conferme influenzano e rendono inefficace l’ascolto.

 

Come rendere l’ascolto più efficace?

 

L’intervento del Consulente Olistico Relazionale e del Counselor si basa su un concetto riassumibile nella frase:

“io non so cosa si buono per te, ma ho piena fiducia nel fatto che tu sappia cosa è buono per te. Il mio lavoro consiste nel offriti uno spazio /tempo di presenza per permetterti di scoprirlo.”

 

Ecco che allora l’atto dell’ascoltare diventa uno spazio aperto, dove l’altro, si racconta, può esplorare nuove dimensioni di sé, nella totale fiducia di essere accolto, non giudicato, sostenuto se necessario e trovare, già nel suo raccontare, le risposte di cui ha bisogno. Facile? Non proprio, ci vuole molto allenamento.

 

Alcuni elementi importanti:

  • Una buona dose di umiltà
  • Reggere l’ansia da prestazione
  • Accoglienza onesta e sincera
  • Scelta di un ambiente (luogo fisico) adatto
  • Capacità di autoascolto
  • Capacità di definire il proprio confine e responsabilità
  • Sospensione del giudizio
  • Saper reggere il silenzio
  • Prestare attenzione alla comunicazione non verbale e para verbale
  • Essere attenti all’ovvio e al dato per scontato
  • Aver fiducia nel processo
  • Saper dare feedback
  • Umiltà, reggere l’ansia da prestazione, accoglienza onesta e sincera

Sono qualità dell’Essere, raggiungibili, individualmente in misura diversa, con un buon percorso di crescita personale e con la disponibilità e l’attitudine al cambiamento e alla flessibilità.

 

Scelta dell'ambiente 

l' ambiente  è ciò che si definisce come lo spazio in cui una condivisione tra due o più persone avviene.

Non va solo inteso come spazio fisico ma anche energetico che deve predisporre al meglio la condivisione e quindi l’ascolto.

Non esiste un luogo ideale per una sessione.

Ogni posto può andare bene a seconda del momento.

L’importante è che il posto scelto possa offrire uno spazio di tranquillità, senza disturbi esterni che possa facilitare l’apertura e che non sia elemento di distrazione.

 

L’autoascolto

Non è possibile ascoltare l’altro se prima non siamo in grado di ascoltare noi stessi.

Ascoltarsi significa chiedersi: che emozioni provo nell’ascoltare l’altro? Come sto? Cosa sento nel corpo? Che segnali mi sta dando il mio corpo? Quale vissuto mio sto rivivendo nell’ascolto del vissuto dell’altro?

Ascoltarsi significa saper riconoscere il suono della nostra voce interiore, ben distinta da tutte quelle altre che nel corso della nostra vita abbiamo introiettato e che ci hanno condizionato.

Significa anche chiedersi onestamente: ho voglia di ascoltare l’altro? Quello che sta dicendo mi interessa? Mi incuriosisce?

Non sempre si è nella condizione ideale per ascoltare, meglio allora rimandare, se possibile, oppure comunicare “ho difficoltà di ascoltare, cosa possiamo fare?”

 

Definire il proprio confine e responsabilità

Il confine è un elemento dinamico e variabile.

Perdere il proprio confine significa entrare in confluenza e di conseguenza perdere il contatto.

Il confine è ciò che permette di distinguere ciò che è del cliente, ciò che appartiene a me e ciò che è nel campo che la nostra relazione genera.

 

Sospensione del giudizio

Non giudicare è impossibile.

Per certi versi giudicare, come valutazione oggettiva della situazione, è elemento fondamentale per la nostra stessa sopravvivenza. Ogni giorno e momento dobbiamo operare delle scelte.

Nella formazione di un Counselor è data molta importanza a che la persona apprenda a riconoscere gli introietti e pregiudizi derivanti dal proprio vissuto.

Sospensione di giudizio significa semplicemente dissociare quella che è la nostra esperienza rispetto a una situazione per accogliere il punto di vista presentato dal cliente senza catalogarlo giusto o sbagliato, buono o cattivo.

E’ un lungo allenamento poiché la nostra mente soddisfa continuamente la sua funzione di catalogare ogni stimolo o informazione esterna, a mettere ordine, a giudicare le situazioni che ci si presentano confrontandole con quelle già registrate nel passato per poterci offrire poi la risposta funzionale.

 

Saper reggere il silenzio

Il silenzio è una potentissima risorsa per un Counselor.

Sviluppata la capacità di astenersi dall’aggiungere parole ma di rimanere semplicemente presenti, contemporaneamente in contatto con le proprie percezioni ed emozioni e con lo sguardo del cliente, si potranno aprire spazi in cui nascano le intuizioni, in cui il processo si sviluppi nella sua totalità.

Serve molto allenamento, il silenzio che ci fa contattare il senso di impotenza, ci mette a contatto con l’intimità.

E’ difficile da reggere, richiede che si abbia completa fiducia nel processo, sicurezza in noi stessi.

E’ fondamentale reggere l’ansia derivante dal non sapere cosa dire per trasformarla nella risorsa di un silenzio, di un vuoto pieno di opportunità.

 

Prestare attenzione alla comunicazione non verbale e para verbale

Saper leggere e cogliere il vissuto e le emozioni al di là delle parole. Secondo la PNL, la comunicazione verbale rappresenta il 7 % delle modalità comunicative che mettiamo in atto. Ben il 70 % è rappresentata dalla comunicazione non verbale ovvero dalla postura, espressioni corporee, e il 23 % dalla comunicazione para verbale, come tono di voce, frequenza.

Quando ci mettiamo in ascolto è utile verificare che ci sia congruità tra ciò che viene detto il tono in cui viene detto e la postura del corpo, in altre parole che questi aspetti siano allineati.

Cogliere i disallineamenti è di fondamentale importanza per un Counselor in quanto, evidenziandoli al cliente, permetterà a quest’ultimo di divenire consapevole di incongruenze che spesso possono nascondere svalutazioni rispetto ad un vissuto, mancanza di autostima, scarsa centratura oppure, cosa ancora più importante, mancato riconoscimento dei bisogni reali.

Spesso, con le parole, è facile mentire, anche a se stessi, il corpo e le sue espressioni non mentono mai.

 

Essere attenti all’ovvio e al dato per scontato

Anche in questo caso è richiesto un lungo allenamento per imparare a stupirsi.

Ciò che ci può apparire ovvio è scontato non è detto lo sia anche per la persona che abbiamo davanti.

Mantenere costantemente un atteggiamento di apertura verso nuove possibili visioni di un tema permette al Counselor di non dare mai nulla per scontato e di dare valore a ciò che apparentemente può sembrare ovvio.

 

Dare feedback

Feedback significa che emozione provo sentendo ciò che dici verbalmente e con il corpo.

Non avere paura di dare dei feedback, di dire all’altro cosa sentiamo, quali sono le emozioni che sentiamo nascere dentro di noi.

Parlare di noi, di cosa, ciò che ascoltiamo ci evoca, è fondamentale per costruire un buon contatto.

Un buon Feedback parte da una buona osservazione Fenomenologica.

Possiamo anche aggiungere la curiosità rispetto a ciò che proviamo, sia che si tratti di una percezione fisica che di un emozione, può aprire, durante l’incontro, nuovi percorsi.

Si tratta semplicemente di porre un domanda che parla di noi lasciando che il cliente cerchi una risposta:

“le tue parole generano in me tristezza, ma anche una sorta di...sollievo?”

“mentre parli ho avuto la visione di un gabbiano sul mare... cosa può significare?”

“ho sentito freddo nella schiena mentre ti ascoltavo, ha un significato secondo te?”

 

Il respiro

L’ascolto, la connessione con noi stessi e l’altro, il mantenimento del contatto, la creazione di uno spazio di apertura e vuoto da pregiudizi, ansie, condizionamenti è un qualcosa di veramente difficile che richiede un continuo e costante esercizio di centratura.

Un’attitudine che per qualcuno può essere più facile rispetto ad altre persone ma che chiunque può sviluppare nel tempo.

Un elemento che puoi aiutarci in questo, che può facilitarci a non perdere il focus e a non farci portare a spasso da tutto ciò che ci può far mancare il punto e che sopra abbiamo descritto è lo stare nel proprio respiro.

Stare connessi con il proprio respiro, ricordarci di respirare, fare dei respiri profondi ci aiuta a connetterci con noi stessi, con le nostre emozioni e le emozioni dell’altro. 


L' Ascolto è un punto fondamentale nella pratica del Counseling, ma non è una Tecnica o uno Strumento, è un Abilità e una Competenza.

Pertanto una dispensa sull' Ascolto sarebbe inutile, Ascoltare è qualcosa da imparare in modalità esperenziale ed è possibile qualora ci sia il profondo desiderio di essere al servizio di un cliente.

Di seguito abbiamo riportato alcuni pinti di vista sull' Ascolto che ci sono sembrati particolarmente interessanti.

 

Carl Rogers

L’ascolto attivo

E’ sbalorditivo come certe cose che sembrano insolubili diventano solubili se qualcuno ci ascolta, come una confusione che sembra irrimediabile si trasforma in un flusso che scorre con relativa limpidezza. Ho apprezzato profondamente le volte in cui ho sperimentato questo ascolto sensibile, empatico, concentrato.

 

Franco Nanetti - Counseling ad orientamento transpersonale - Ed. MyLife

Il dialogo presuppone l’ascolto.

Non c’è dialogo senza ascolto partecipe dell’altro, senza il nostro impegno a comprendere quanto l’altro ci vuole comunicare.

La maggior parte delle situazioni di conflittualità ed incomprensione dipendono dalla nostra difficoltà a riconoscere il punto di vista dell’altro. Siamo così incapaci di ascoltare che tutte le volte che c’è qualcosa che non va, afferminamo con sbrigativa semplicità che “gli altri sbagliano e non ci capiscono”. […]

Per ascolto non intendiamo il semplice tacere per permettere all’altro di parlare, un “fare a turno nel prendere la parola”.

Non si ascolta con le orecchie ma con la mente e con il cuore.

L’ascolto è un atto volontario che oltrepassa le parole: esso non si affida al semplice registrare ciò che l’altro dice, ma è solerte cura a trovare tra le “pieghe” del suo discorso e le sue mutevoli espressioni, un senso che è apertura ai possibili interrogativi che l’altrui “enunciazione” evoca.

 

Margareth Hough - Abilità di counseling - Ed. Erickson.

L’ascolto è un processo attivo che richiede impegno e concentrazione, nonchè la capacità di mettere da parte i propri problemi e preoccupazioni – per lo meno temporaneamente.

Talvolta sentiamo o udiamo le parole che le altre persone ci dicono ma ascoltare e sentire non sono la stessa cosa: spesso sentiamo le parole pronunciate da qualcuno senza una reale comprensione del messaggio globale che ci vorrebbe comunicare.

Probabilmente una delle ragioni per le quali l’ascolto è un’abilità così scarsamente sviluppata risiede nel fatto che non ci è stato insegnato a valorizzarla da bambini.

E’ soltanto quando si verificano situazioni traumatiche o di crisi, magari nella seconda parte della vita, che le persone si accorgono del deficit di ascolto – non soltanto in se stesse ma anche negli altri.

Questi episodi taumatici o di crisi possono, specialmente quando ci toccano da vicino personalmente, farci comprendere quanto dipendiamo dall’aiuto degli altri. L’ascolto attivo, per lo meno all’inizio, è la forma più efficace di aiuto che possiamo dare alle persone che soffrono di uno sconvolgimento emozionale o un trauma.

 

Achille Miglionico - Manuale di comunicazione e counseling Ed. Centro Scientifico

Un importante presupposto per una percezione e risposta empatica adeguate è quello che viene definito ascolto attivo. E’ questa la capacità di assumere il ruolo del ricevente utilizzando un’attenzione non strutturata, centrata sulla comunicazione dell’emittente e discriminare le varie parti del messaggio per elaborare e rispondere all’emittente.

Nell’ascolto attivo sono coinvolti tre processi: ricezione, elaborazione e risposta al messaggio. E’ soprattutto il primo processo a implicare un’attenzione non strutturata, centrata sui messaggi dell’emittente. Altro elemento importante è porre l’attenzione alle modalità non verbali (sensoriali) utilizzate prevalentemente dal cliente quando si esprime (visive, cenestesiche o uditive).

 

Annamaria Di Fabio - Counseling, dalla teoria all’applicazione Ed. Giunti.

L’ascolto comprensivo deve essere effettuato con l’interezza della nostra persona, prestando attenzione in particolare alle emozioni dell’altro, è desiderio di comprendere realmente, significa centrare la comunicazione sul tu, implica non aver paura delle pause e del silenzio, ma al contrario rispettarli e utilizzarli per comprendere. […] Per poter acquisire competenze di ascolto comprensivo occorre una formazione specifica. Il primo passaggio richiesto è acquisire capacità di liberarsi dal proprio modo abitudinario di vedere e interpretare gli avvenimenti e le situazioni per potersi avvicinare e comprendere il punto di vista dell’altro. Una domanda che è utile porsi ripetutamente in caso di ascolto comprensivo riguarda il significato di ciò che stiamo ascoltando e osservando relativamente al nostro interlocutore, la conoscenza approfondita delle regole della comunicazione, la capacità di saper osservare se stessi e di sapersi automonitorizzare per comprendere più chiaramente anche la dinamica della relazione interpersonale.

 

Vincenzo Calvo - Il Colloquio di counseling Ed. Il Mulino

In primo luogo, l’ascolto attivo è caratterizzato dall’assenza di direttività. In questo tipo di approccio, il counselor più che condurre il colloquio in senso stretto, nel senso di dirigerlo verso l’approfondimento degli argomenti scelti dall’operatore, facilita l’esposizione del cliente. Cerca, così, di aiutare il cliente a sviluppare liberamente il suo punto di vista, il suo discorso, senza interferenze o ingerenze nella scelta delgi argomenti da trattare o da approfondire. Nella forma più pura di ascolto attivo, il counselor si “limita” ad ascoltare e a cercare di comprendere il punto di vista del cliente, partecipando all’esperienza del cliente tramite la riformulazione degli elementi essenziali di ciò che ha compreso. Il secondo elemento essenziale dell’ascolto attivo, quindi, consiste nell’utilizzo della tecnica della riformulazione, quale modalità di traduzione in parole del tentativo, da parte del counselor, di comprendere l’esperienza soggettiva dell’altro.

 

Enzo Bianchi - Ogni cosa alla sua stagione

Dare ascolto è più pregnante del semplice ascoltare, è fare dono all’altro di una presenza ascoltante: lascio che l’altro mi stia di fronte, che mi parli attraverso tutta la sua persona (il suo corpo, il suo vestito, il suo linguaggio, il suo profumo, il suono della sua voce…). Ascolto è anche dono del tempo: attendere l’altro, con le sue esitazioni e i suoi ritardi, con la sua difficoltà ad esprimersi, con i suoi timori e le sue reticenze.