Le fasi del Lutto

Brevi considerazioni sul Lutto

La vita, al giorno d’oggi, si è allungata notevolmente, e il più delle volte ci si ritrova impreparati di fronte alla morte. Mentre agli inizi del 900 si svolgevano importanti rituali attorno al morente, oggi ci si comporta come nessuno morisse: come afferma Philippe Aries (storico e filosofo francese), gli individui provano un forte disagio nei confronti della morte. Non esistono più norme specifiche per accompagnare l’individuo al superamento della morte: c’è una sorta di pudore, la morte è un argomento faticoso, del quale è meglio non parlare. Allo stesso modo la fase di lutto viene attraversata velocemente, perché ricorda la morte e le sue dolorose conseguenze. Il lutto è spesso caratterizzato da silenzio, da isolamento, da solitudine. Oggi si tende a sorvolare sul travaglio psicologico, spirituale, relazionale, legato alla morte; ci si occupa della morte soltanto di fronte a malattie gravi o di fronte alla perdita di una persona cara. E’ difficile anche soltanto trovare uno spazio per vivere il travaglio del lutto; si è tanto impreparati da non trovare le parole per accompagnare i morenti o consolare i famigliari.

Nella prima metà del secolo si moriva prevalentemente a casa e l’avvicinarsi della morte era vissuto come un evento sociale, sacro, trasformativo, vissuto religiosamente; oggi invece il 70% delle persone muore in ospedale e dopo i riti  funebri si torna velocemente alla vita abituale, a scapito della comunicazione e dell’affettività. Negli ultimi decenni gli aspetti relazionali, affettivi, psicologici e spirituali sono stati negati in modo drastico; questa congiura del silenzio comporta una grande fatica e rende impossibile stabilire una comunicazione con il morente. Si sono persi alcuni riti comunitari, profondamente efficaci: la vestizione, la veglia funebre, il pianto rituale, il corteo, il banchetto, il periodo di lutto (che durava in senso stretto dai 7 ai 40 giorni, in senso ampio fino a 6 mesi), il modo di vestirsi, le visite al cimitero, le messe di suffragio: attraverso questi riti le persone acquisivano un patrimonio simbolico relazionale da trasmettere alle generazioni future. La negazione della morte e la negazione del lutto avvengono a discapito della consapevolezza affettiva, creano disorientamento e fragilità.

 

Meccanismi Difensivi

Durante l’esperienza del Lutto spesso entrano in gioco i Meccanismi qui riassunti:

• La Proiezione è il trasferimento su altri di pensieri e di vissuti propri. E’ conosciuto come uno dei principali meccanismi di difesa, anche mediante spostamento delle responsabilità sull’altro.

• La Negazione o rimozione è il processo di evitamento degli aspetti sgradevoli della realtà, trattandoli come se non esistessero; è l’eliminazione dalla coscienza di vissuti negativi, con le tipiche forme di chiusura in se stessi, rassegnazione eccessiva, fino al panico. La negazione può essere affrontata e sostenuta mediante consolazioni.

• la Scissione è definibile come una frattura tra sentimenti e comportamento. Ma anche come processo di distanziamento da se stessi o di divergenza progressiva dei pensieri l’uno dall’altro. Per esempio guidare per un certo tragitto e poi accorgersi di non ricordarne i particolari, perché eravamo assorti in pensieri, nell'ascolto della radio o nella conversazione. La patologia interviene quando è l'identità stessa a essere frammentata insieme alla memoria, ai processi di apprendimento o di motivazione. Nel caso di scissione è indispensabile contenere la confusione mentale mediante la rigenerazione del contatto con se stessi. “Lei è una persona che… si ricorda quando…”. Questo modello comunicativo diventa riorganizzante per il sé.

 

Cosa accade a chi è in lutto

Nelle prime settimane la persona in lutto deve far fronte a impegni di carattere logistico ed è circondato dall’affetto di amici e familiari. Ben presto arriva un periodo molto più difficile, quello della solitudine e del dolore profondo per la separazione.

La morte di un congiunto può essere un’esperienza devastante, che distrugge tutti i punti di riferimento, rimette in questione ogni prospettiva, ogni avvenire, e impone di trovare un nuovo modo per progettare la propria vita.

E’ proprio questo ciò che si definisce il “lavoro” del lutto: un periodo faticoso, per ritrovare un nuovo equilibrio.

Tale lavoro, o elaborazione, è complicata dallo shock che si prova di fronte alla perdita (non è vero che lui/lei non c’è più!), dall’ossessiva presenza del defunto nella vita dei superstiti (lo vedo dappertutto, gli parlo continuamente, etc.), dal senso di colpa per non aver fatto tutto quanto si sarebbe potuto per attutire la sofferenza del morente, dal continuo desiderio di piangere e dal pudore di farlo pubblicamente; dal fatto, infine, che coloro che circondano il dolente, col passare del tempo, ritengano che avrebbe già dovuto superare il suo dolore, lasciandolo così irrimediabilmente solo.

 

Le fasi di elaborazione del lutto secondo Bowlby

John  Bowlby,(1907/1990) psicoanalista britannico 

Individua 4 fasi del lutto:

 

1 Fase di Shock

È la fase della negazione, del rifiuto, dell’incredulità. I pensieri ricorrenti sono:  “Non avrei mai immaginato che potesse capitare a me….”; “non e’ possibile si sbaglia”; “non ci posso credere”; “mi sembra di essere in un incubo”.

La paura più potente è quella della morte. La persona è in uno stato di negazione, un meccanismo difensivo che lo protegge dall’ansia. E’ dunque una difesa che il Counselor deve pian piano affrontare lavorando con le ansie e le resistenze del cliente.

Si tratta di una prima fase di disperazione acuta, caratterizzata da stordimento e protesta. Vi può essere immediato rifiuto e sono comuni le crisi di rabbia e di dolore. Questa fase di shock può durare da alcuni momenti a giorni e può interessare periodicamente la persona afflitta, per tutta la durata del processo di lutto.

 

2 Fase d'intenso desiderio e di ricerca della persona deceduta

è caratterizzata da irrequietezza fisica e da preoccupazione eccessiva verso il morto. Questa fase può durare alcuni mesi.

 

3  Fase di disorganizzazione e di disperazione

la realtà della perdita comincia a essere accettata. Domina una sensazione che la vita non sia reale e la persona afflitta sembra essere chiusa in se stessa, apatica e indifferente. Spesso si verificano insonnia e calo ponderale così come la sensazione che la vita abbia perso il suo significato. La persona addolorata

ricorda costantemente lo scomparso; insorge un inevitabile senso di delusione quando la persona che ha subito la scomparsa di una persona amata riconosce che i ricordi sono solo ricordi.

 

4 Fase di riorganizzazione

durante la quale gli aspetti acuti del dolore cominciano a ridursi e la persona afflitta

comincia ad avvertire un ritorno alla vita.

La persona perduta viene ora ricordata con un senso di gioia, ma anche di tristezza, e la

sua immagine viene interiorizzata.

 

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Le fasi di elaborazione del lutto secondo Ross

Elisabeth Kübler Ross (1926/2004) medico, psichiatra e docente di medicina comportamentale.

Individua 5 fasi del lutto:

 

1 Fase di Negazione

In questa fase il paziente rifiuta la verità, prova una forte incredulità; questa reazione è funzionale al malato per proteggerlo da un’eccessiva ansia. Le parole più frequenti di fronte alla diagnosi grave sono “Non è possibile, si sbaglia!” “Non ci posso credere; questa fase è caratterizzata dal fatto che la persona rifiuta la verità. La persona è in uno stato di negazione, un meccanismo difensivo che lo protegge da un’ansia per la morte o\e per prendersi il tempo necessario per organizzarsi. E’ dunque una difesa che il counselor deve pian piano affrontare lavorando con le ansie e le resistenze del cliente. In caso di comunicazione di diagnosi grave è necessario lavorare per far sì che la “frase mentale” non diventi un atteggiamento di fondo, mantenendo aperta la comunicazione.

 

2 Fase di Rabbia

Dopo la negazione iniziano a manifestarsi emozioni forti di rabbia verso se stessi e verso gli altri, e di paura; queste emozioni esplodono in tutte le direzioni, investendo i famigliari, il personale ospedaliero, Dio. La frase più frequente è “perché proprio a me?”. E’ una fase molto delicata dell’iter psicologico e relazione del paziente. Rappresenta un momento critico che può coincidere sia con il momento di massima richiesta d’aiuto, sia con il momento del rifiuto, della chiusura e del ritiro in sé.

Il counselor sostiene il cliente nel fare i conti con la propria onnipotenza e con la rabbia impotente. Ci sono sentimenti di confusione, smarrimento, vergogna, senso di colpa. Può essere un’ottima occasione di crescita per trasformare la rabbia vittimistica, impotente, in coraggio e determinazione ad affrontare il lutto o la malattia.

 

3 Fase di Patteggiamento

In questa fase la persona inizia a verificare cosa è in grado di fare, ed in quale progetti può investire la speranza, iniziando una specie di negoziato, che a seconda dei valori personali, può essere instaurato sia con le persone che costituiscono la sua sfera relazione, sia con le figure religiose. In questa fase, la persona riprende il controllo della propria vita, e cerca di riparare il riparabile. Il counselor può sostenere il cliente ad attingere alle proprie risorse più profonde per vivere la situazione in modo diverso, visto che non è possibile cambiare la situazione.

 

4 Fase della Depressione

La fase di depressione avviene quando il paziente inizia a prendere consapevolezza delle perdite che sta subendo o che sta per subire ed il livello di sofferenza aumenta. Questa fase viene distinta in due tipi di depressione: una reattiva ed una preparatoria. La depressione reattiva è conseguente alla presa di coscienza di quanti aspetti della propria identità sono andati persi. La depressione preparatoria ha un aspetto anticipatorio rispetto alle perdite che si stanno per subire. In questa fase la persona non può più negare la sua condizione di vita, e inizia a prendere coscienza che la ribellione non è possibile, per cui la negazione e la rabbia vengono sostituite da un forte senso di sconfitta. La figura del counselor in questa fase è utile per sostenere la persona in questo doloroso passaggio aiutandola a stare in contatto con le proprie emozioni e vivere nel momento presente affinché “la morte lo trovi vivo”.

 

5 Fase dell’Accettazione

Quando il cliente ha avuto modo di elaborare quanto è successo intorno a lui, arriva a un’accettazione della propria condizione e a una consapevolezza di quanto è accaduto; durante questa fase possono sempre e comunque essere presenti livelli di rabbia e depressione, che però sono di intensità moderata. In questa fase il cliente tende a raccogliersi, inoltre sono frequenti momenti di profonda comunicazione con i familiari e con le persone che gli sono accanto. È il momento dei saluti e della restituzione a chi è stato vicino al paziente in caso di malattia. E’ il momento del “testamento” e della sistemazione di quanto può essere sistemato. Il counselor in questa fase sostiene il cliente a fare un testamento olografico e chiudere i sospesi. Può anche accadere che in questa  fase di elaborazione del lutto il cliente comincia a riorganizzare la propria vita e ricomincia a vivere piuttosto che continuare a sopravvivere.

 

Stati d’animo del morente e Strumenti di Counseling.

Le emozioni e gli stati d’animo del morente possono essere:

  • La paura della perdita del controllo: è ciò che spaventa di più e fa quasi impazzire (il termine non viene utilizzato a caso)
  • La paura della solitudine
  • La paura dell’ignoto
  • La paura della morte (nel credente questo genera anche un senso di colpa)

Strumenti di Counseling:

si richiede al massimo livello sensibilità, umanità, delicatezza.

  • Counseling narrativo, Voce interiore
  • Autobiografia, Ricordi
  • Immaginario della morte
  • Consolazione
  • Continuità della coscienza, Anima
  • Passaggio del testimone
  • Testamento Olografico
  • Ricercare il senso della vita: assalto alle verità
  • Vincere la congiura del silenzio
  • Chiudere i sospesi, evidenziare le motivazioni e sull’importanza di chiudere i sospesi per chi se ne va e per chi resta. superare il conflitto famigliare tra chiudere e non chiudere i sospesi
  • Insegnare l’importanza dei piccoli gesti
  • Piccoli gesti e comunicazione non verbale (per es: guardare negli occhi chi sta morendo altrimenti il morente sente di appartenere già al mondo dei morti e non più a quello dei vivi e inoltre questo gesto lo può far sentire meno solo)
  • prendere atto della solitudine del morente e rispecchiare
  • Sostenere la richiesta di aiuto
  • Sostenere il riconoscere il valore delle persone accanto
  • Insegnare a star da soli

Il Caregiver

Un accompagnamento molto utile.

Caregiver in inglese significa “persona che presta le cure”; si tratta di una persona che, in ambito domestico, si prende cura di un soggetto non autonomo o disabile. Molto spesso si tratta di un parente o di una persona amica, soltanto raramente di un individuo estraneo al contesto famigliare. Il caregiver si prende cura della persona malata occupandosi dell’igiene, dell’alimentazione, dei trasferimenti e della mobilizzazione; inoltre risponde al bisogno di sicurezza del soggetto non autonomo.

Egli si occupa dell’organizzazione dell’ambiente e delle risorse necessarie a garantire la migliore qualità di vita del proprio assistito. Il caregiver consente alla persona malata di vivere nel proprio ambiente famigliare. Affinché il caregiver svolga il suo compito al meglio, deve essere adeguatamente istruito e informato dal personale sanitario che ha in cura il paziente, in modo da poter affrontare l’assistenza quotidiana e riconoscere la comparsa di eventuali complicanze.

 

Complicanze nelle situazioni di lutto

Non tutti i lutti sono uguali; sono particolarmente difficili da accettare le morti di bambini o di giovani. Inoltre se la morte è stata annunciata ed è caratterizzata da accompagnamento e chiusura dei sospesi possiamo parlare di “buona morte”; in caso contrario, quando la morte è improvvisa, determinata per esempio da incidenti, catastrofi, omicidio o suicidio, si tratta di “cattiva morte”.

Infine ci sono casi di suicidio o di eutanasia. Il suicidio è una scelta; non è un gesto d’amore, ma è già oltre, è completamente scollegato: l’individuo sta cosi male che morire è l’unico modo per stare meglio; il suo star male non è da contrapporsi all’amore. Il suicidio si distingue in “tentativo” o “definitivo”. Per descrivere l’eutanasia, invece, possiamo riferirci alla definizione sarda “Accabadora”, vale a dire “colei che finisce”. L’eutanasia, agli occhi della comunità, può essere non il gesto di un’assassina ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi. Esiste un modulo per richiedere l’eutanasia.

Lutto complicato

Con la definizione generica di lutto complicato vengono indicate diverse condizioni, alcune relative ad alterazioni del processo fisiologico del lutto e altre a complicanze psichiatriche e mediche, conseguenti al decesso di una persona cara:

Lutto non risolto

La forma più comune è rappresentata dal lutto non risolto, in cui si assiste all’arresto del naturale processo di cordoglio e alla comparsa di quadri depressivi, disturbi somatici e fenomeni d’identificazione patologica.

Lutto cronico

Caratterizzato dal protrarsi indefinito della perdita e dall’idealizzazione del morto. Questa evoluzione è più probabile se la relazione con il defunto era ambivalente, se il soggetto ha una personalità di tipo dipendente o se mancano dimostrazioni di solidarietà da parte di familiari e amici o validi supporti sociali.

Lutto ipertrofico

Spesso avviene in seguito a una morte improvvisa o inaspettata, le reazioni dolorose sono particolarmente intense, protratte nel tempo, e le abituali strategie di rassicurazione, come la vicinanza di persone amiche, risultano inefficaci.

Lutto ritardato

Si ipotizza sia sostenuto da meccanismi di negazione talvolta in associazione a sentimenti di rabbia o di colpa; sono assenti o minimi i segni della fase acuta del cordoglio. Al pari di altri eventi, la morte di una persona cara è in grado di scatenare un disturbo psichico o l’aggravamento di una patologia preesistente, come disturbi dell’umore e d’ansia.

Lutto anticipatorio

Il familiare parla del morente come se fosse già morto: è una strategia difensiva

La presenza dei bambini in situazioni di Lutto

E’ importante:

  • Informare i bambini su quel che sta accadendo (con parole adatte al loro linguaggio) perché i bambini “sentono”. Inoltre è un modo di prepararli.
  • Individuare nella famiglia chi può parlare ai bambini: deve trattarsi di un adulto capace di contenere l’onda d’urto
  • Dire loro che siamo preoccupati e raccontare in modo esplicito cosa sta accadendo: i bambini in realtà spesso lo sanno, ma si pongono in un ruolo di protezione (“io so, ma non dico nulla ai genitori altrimenti si preoccupano”)
  • Gli adulti hanno il bisogno di esprimerci, di comunicare i nostri bisogni; lo stesso accade nei bambini. Altrimenti si rischia di generare un trauma.
  • Se non vengono adeguatamente informati si creano fantasie: è colpa mia, papà è cattivo perché non viene più a prendermi…
  • Informare le maestre di cosa sta accadendo
  • Portare i bambini nella camera ardente se lo vogliono, chiedergli se hanno idea di cosa è un funerale e se vogliono venire o no, rispettare la loro decisione
  • Il rito a volte avvia il percorso di elaborazione
  • I bambini devono essere avvisati, non isolati, non riempiti di cose da fare
  • Se sono molto piccoli possono manifestare la sofferenza con irrequietezza, inappetenza, insonnia o disagio scolastico.
  • Spiegare cosa significa esser morto: non dire che si è addormentato altrimenti si alimenta l’immaginario del bambino che ha poi paura ad andare a dormire,  ma spiegare che non mangia più non respira più ecc.. (facendo anche un esempio “come quando  è morto il gatto”)
  • Se chiedono di  partecipare alla preparazione dei medicinali va bene, ma è necessario permettere loro di partecipare senza responsabilizzarli troppo, per proteggere da una possibile colpa, che può scattare nel momento della morte (“non ho fatto abbastanza”).
  • Se è necessario comunicare la morte di un genitore al figlio, può essere utile che il compito sia affidato non al genitore superstite ma ad una persona importante per il figlio, con la presenza del genitore superstite; questo perché è necessario reggere la bordata emotiva del figlio, compresa la rabbia..
  • Far fare un percorso alla famiglia e al bambino affinché un bambino non si senta in colpa della morte del padre o della madre
  • Se la morte di un genitore avviene prima dei 9 anni , il bambino potrebbe sviluppare una mentalità da orfano (non si sente amato, sente di esser adottato).

La funzione dei Riti Funebri

I riti funebri sono indispensabili per:

  • Fornire uno spazio e un tempo in cui poter esprimere, in modo solenne, il cordoglio, il dolore, lo sconvolgimento e l’impotenza di fronte all’evento della morte.
  • Assistere e consolare i vivi nel delicato e doloroso momento della separazione fisica dal corpo del loro caro.
  • Ricostruire i legami spezzati dalla perdita di un membro del gruppo o della famiglia.
  •  Agevolare il lungo percorso di elaborazione del lutto.
  • Onorare il morto e dirgli addio.
  • Conferire una nuova identità a chi passa dalla dimensione di vivo al mondo dei morti (qualsiasi sia la forma che a esso si vuole attribuire: mondo degli antenati, vita ultraterrena, altra vita o semplice dimensione del ricordo).

Il Lutto in altre culture

Cinesi

I cinesi che vivono in Italia e hanno 60 anni non sono più del 0,74%. A 50 anni tornano nel loro paese.

Non pronunciano mai la parola morte, per paura di attirare la sfortuna. Parlano di “Buona morte” se il defunto è stato accompagnato, “Cattiva morte” se è improvvisa e traumatica; in questo caso la colpa può venir attribuita al morto oppure al clan famigliare o al dispiacere degli antenati.

Non guardano il momento della chiusura della bara perché potrebbe portare sfortuna.

Peruviani

Il morto viene vestito dai famigliari mentre fumano, perché il fumo protegge dal contatto con l’anima che può, in alcuni casi, provocare danni.

La veglia dura ininterrottamente 2 giorni, anche se il defunto è deceduto in ospedale.

Secondo i Peruviani e per qualche giorno l’anima visita i posti a lui più cari; per questo i famigliari si prendono cura del suo corpo, sia nel prepararlo per sistemarlo nella bara, sia nel trasportare il feretro, in modo che l’anima del defunto possa partire e non tornare a casa. Il quinto giorno lavano tutta la biancheria del defunto e poi cospargono di pasca  (una pietra bianca) la paglia del letto o ciò che deve esser eliminato e bruciano tutto per evitare che il morto torni a casa e si porti via i suoi cari: potrebbe farlo, non con cattive intenzioni, per tenerseli vicino.  Se per la veglia non possono avere il corpo del defunto in casa, utilizzano una sua foto e la biancheria che aveva addosso.

Filippini

La veglia funebre può anche durare un mese e utilizzano conservanti con cui trattare il cadavere. Il feretro è in vetro nella parte superiore per consentire ai parenti di vedere il volto. Seguono tutta una serie di feste per la messa di trigesima, il compleanno del defunto, e altre date, ma tutte si concludono con un banchetto. In Italia non si possono seguire certe procedure perciò alcuni filippini scelgono di esser riportati nel loro paese di origine.

Romeni Ortodossi

La veglia al corpo dura 3 giorni e 3 notti e non viene mai lasciato solo. Durante i 3 giorni in casa nessuno deve pulire, ma si può solo cucinare perché l’attenzione è tutta rivolta alla preghiera per far sì che avvenga il distacco dell’anima e la preparazione del defunto alla nuova situazione.

Il corpo viene preparato dai famigliari più stretti e viene lavato perché l’acqua ha il ruolo di purificare per permettere al defunto di liberarsi dagli ultimi legami famigliari.

Dopo il funerale vengono donati i vestiti del defunto ai più bisognosi, insieme a dei cibi come simbolo di reciprocità e solidarietà offrendo così che la vita continui attraverso la morte.

Il 41esimo giorno vi è un rito che segna il passaggio definitivo dell’anima.

Il lutto è considerato concluso dopo 7 anni.